Quasi la metà delle donne teme di perdere il lavoro

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Mar, 08/03/2011 - 11:44

Essere donna, giovane e precaria. È lì che la crisi si abbatte con più forza. Che l’incertezza fa capolino. Che il guanto della sfida della società di oggi si gioca con più forza.

È lì che i sentimenti di caduta delle certezze, che le apprensioni da futuro si concentrano con maggior tenacia e con piena consapevolezza.

Non stupisce pertanto che, tra le ansie generate dalla crisi, una posizione d’onore spetti proprio alla questione del lavoro, in particolar modo tra le donne.

 

Tra gli occupati, infatti, la percentuale di quanti temono di essere licenziati raggiunge il 47% tra le lavoratrici e il 37% tra i lavoratori. Un gap notevole e più profondo di quanto non appaia, dato che tale differenziale (+10%) viene determinato quasi esclusivamente dalla maggiore incidenza nel segmento femminile delle lavoratrici “molto” preoccupate per il proprio futuro. Sono infatti in forte apprensione quasi 2 lavoratrici su 10: il doppio rispetto alla componente maschile.

 

Ma quali sono le categorie di lavoratori che si sentono più minacciate da questa crisi? sicuramente due categorie legate tra loro a doppio filo: giovani e precari.

 

Tra i lavoratori più giovani (under35), infatti, la preoccupazione raggiunge quota 60% tra le donne e 46% tra gli uomini, investendo oltre la metà del segmento.

 

Livelli di preoccupazione più elevati si riscontrano inoltre tra i lavoratori precari.

In questo caso, infatti, lo iato che divide gli atipici dai colleghi con contratto a tempo indeterminato risulta eclatante: tra le donne, la paura raggiunge quota 63% tra le precarie e 38% tra le stabili; tra gli uomini il 42% tra i precari e il 35% tra gli stabili. Ancora una volta, livelli di allarme ampiamente giustificati dai fatti, dato che le maggiori perdite di posti di lavoro si sono avute proprio tra i lavori flessibili.

 

Questi dati, al di là del rispecchiare la triste realtà di un Paese in cui sono i lavoratori giovani e meno tutelati a pagare il prezzo più alto di questa crisi, mostrano con altrettanta evidenza altri due fenomeni:

 

1.    il senso di maggiore “insicurezza” con il quale convivono le giovani donne,

2.    l’aggravarsi di tale vissuto in condizioni di flessibilità e precariato.

 

Come si sarà notato, infatti, mentre tra gli uomini il livello di insicurezza dei lavoratori precari rispetto agli stabili è relativamente contenuto (+7%), tra le donne segnala una profonda differenza di vissuto (+25%). E appare altresì evidente che, mentre tra i lavoratori stabili le differenze di genere tendono ad annullarsi (sono insicure il 38% delle donne contro il 35% degli uomini), esse riesplodono con violenza tra i precari (+21% di paura per le donne).

 

Tutti elementi che concorrono a dimostrare quanto lo stesso vissuto del precariato, difficile e destabilizzante per la maggior parte dei lavoratori, sia per le donne foriero di maggiori inquietudini e disagi; quanto, per certi versi, le lavoratrici precarie siano – almeno nell’auto-percezione – “più precarie” dei loro omologhi colleghi.

 

Piuttosto elevato, per quanto inferiore alla paura di perdere il posto, anche il timore di incorrere in riduzioni orarie o di finire in Cassa Integrazione. Si tratta, per altro, di una preoccupazione che trova i due sessi più allineati nei risultati, con il 33% di donne spaventate contro il 28% maschile.

Naturalmente, si tratta anche di un timore che esplode soprattutto nel settore dell’industria, dove le percentuali raggiungono il 46% tra le donne e il 42% tra gli uomini.

 

  

 

Che in Italia l’occupazione femminile sia più “fragile” di quella maschile è un fatto conclamato.

In un Paese come il nostro, ancora lontano dal raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, le donne non solo lavorano meno, ma sono anche più soggette a forme di lavoro “flessibile”, ad interruzioni dei rapporti lavorativi dovute alla maternità (volontarie e coatte), nonché molto più svantaggiate al Sud, dove i tassi di occupazione crollano vistosamente. A ciò si aggiunga la persistente disparità di trattamento cui le donne vanno incontro sia sotto il profilo del riconoscimento del merito e delle possibilità di carriera, sia sotto il profilo retributivo.

 

Per tutte queste ragioni, come già attestato da numerosi studi, gli effetti della crisi sull’occupazione femminile potrebbero essere realmente preoccupanti. Non solo per la maggior presenza nel segmento di contratti a termine e precari, ma anche perché, a fronte di un’eventuale riduzione dei servizi di welfare e di sostegno alla famiglia dovuti a tagli della spesa pubblica, molte donne sarebbero indotte ad “rientrare” o a “rimanere” in casa. All’aumentare delle difficoltà finanziarie e senza il dovuto sostegno sociale, infatti, gli elevati costi per la “cura” di figli e familiari potrebbero paradossalmente rendere antieconomico il lavoro femminile.

 

Se questo, dunque, è lo scenario di riferimento, non stupisce che anche tra gli intervistati prevalga la coscienza di una maggiore esposizione al rischio delle lavoratrici, soprattutto in relazione alla perdita del posto di lavoro e alla possibilità di trovarne uno nuovo.

Va detto, tuttavia, che in questo frangente più che in altri, le opinioni di donne e uomini si differenziano, mostrando un allarme nettamente superiore tra le dirette interessate e una maggior tendenza ad equiparare le situazioni di lavoratori e lavoratrici da parte della componente maschile.

 

Anche in questo caso, la maggior preoccupazione della componente femminile sembrerebbe, almeno in parte, imputabile ad un diverso livello di “consapevolezza”. Una consapevolezza che, però, in questo frangente, parrebbe più legata al grado di coscienza della fragilità dell’occupazione femminile che non all’esperienza diretta.

 

Non solo. Analizzando le risposte delle donne scopriamo che i segmenti più convinti della più elevata esposizione al rischio delle lavoratrici sono quelli delle 35-44enni, delle laureate, delle lavoratrici con stipendi superiori ai 1500 euro e di quelle con figli; mentre non si registrano livelli di preoccupazione più elevati da parte delle precarie che, anzi, rispetto alla ricerca di nuovi impieghi sono meno ansiose delle colleghe “stabili”.

 

Insomma, sembrerebbe che le più pessimiste siano proprio le categorie di donne più istruite e “sicure”, ovvero quelle che – al di là della propria esperienza diretta – potrebbero essere sia più consapevoli delle caratteristiche del sistema occupazionale italiano e della debolezza della posizione delle donne al suo interno, sia quelle che puntando sulle proprie capacità e qualità, stanno vivendo il maggior ostracismo maschile.

In questi dati emerge, quindi, un paradosso tutto italico: le persone con maggior livello istruttivo e quelle con più competenze, si ritrovano ad avere maggiori difficoltà occupazionali. È la conferma di quello che, nei prossimi capitoli, definiremo il tetto di piombo sulle donne: non si tratta solo delle possibilità di far carriera, ma complessivamente dei limiti ai percorsi lavorativi che la società, pur senza dichiararlo apertamente pone all’attività femminile.

 

 

Ma esaminiamo i singoli risultati nel dettaglio, partendo dal rischio licenziamenti.

In questo caso, ad esempio, più della metà delle donne (54%) e quasi due terzi degli uomini (65%) ritengono che i due sessi siano egualmente esposti alle intemperie della congiuntura: un segnale inequivocabile della diffusa convinzione che la crisi non risparmi nessuno.

 

Tuttavia, sono in molti a considerare i posti delle donne più traballanti, in particolare le dirette interessate, quasi la metà delle quali (43%) considera le lavoratrici più a rischio dei colleghi uomini; percentuale che si riduce al 27% nel segmento maschile.

 

Tra le donne, come anticipato, le categorie che presentano i livelli di preoccupazione più elevati per i posti di lavoro femminili sono le 35-44enni (48%) e le laureate (48%), le occupate con figli (49%), le lavoratrici con stipendi superiori ai 1500 euro, le residenti nel nord-est (51%), ripartizione che – lo ricordiamo – include anche l’Emilia Romagna. Appare, invece, irrilevante la differenza di percezione tra precarie e lavoratrici stabili.

Anche sulle difficoltà a trovare nuovi impieghi il divario tra le opinioni dei due sessi appare evidente. Quasi la metà delle donne, infatti, si sente svantaggiata (48%), mentre tra gli uomini la percentuale di chi ritiene le donne più in difficoltà si attesta al 32% (un dato, al di là del gap di genere, comunque elevato).

 

Anche in questo caso, più convinte dello svantaggio femminile sono le 35-44 (52%), le laureate (52%) e, paradossalmente, le lavoratrici stabili (51%) più delle precarie (47%). Un dato, quest’ultimo, che riflette il peso della ricerca di nuovi impieghi, del timore dell’incertezza e dell’incognita di un nuovo inizio provato dalle lavoratrici con contratti stabili e magari con famiglia a carico.

 

Per quanto riguarda, invece, il rischio Cassa Integrazione o riduzione oraria, pur permanendo una differenza di sguardo tra i due sessi, il gap si riduce. In questo caso, infatti, è largamente maggioritaria in entrambi i segmenti la quota di soggetti che considera il rischio equamente ripartito: 61% di citazioni tra le donne e 67% tra gli uomini.

 

Si osserva, inoltre, che, mentre all’interno del segmento femminile permane la tendenza a valutare le lavoratrici più a rischio dei colleghi maschi (26% di maggiore esposizione per le donne contro 13% attribuito agli uomini), tra gli intervistati di sesso maschile la situazione appare autenticamente equilibrata.

 

Ancora una volta, tra le donne le categorie più portate a ritenere la situazione femminile più pericolante di quella maschile sono le stesse elencate in precedenza (35-44enni, laureate, occupate con redditi medio alti), alle quali si aggiungono, in questo caso, le lavoratrici del settore pubblico. Un fenomeno, quest’ultimo, particolarmente interessante, che, rilevando la presenza di un picco di preoccupazione proprio all’interno di un segmento “esterno al problema” e “non a rischio”, conferma emblematicamente la rilevanza del fattore “consapevolezza” nella formazione dell’opinione femminile.

 

In un’ottica percettiva e previsionale, dunque, l’indagine fornisce un ritratto articolato degli effetti della crisi sull’occupazione femminile, evidenziando alcune peculiari tendenze:

  • un’ampia convergenza dei rispondenti attorno all’idea che la crisi, per la sua gravità e virulenza, esporrà al rischio della disoccupazione o della riduzione dell’orario/salario tutti i lavoratori, uomini o donne che siano;
  • al contempo, tra quanti ritengono che anche (o soprattutto) in tempi di crisi le disparità di genere subiranno una recrudescenza, prevale l’idea che tra gli occupati il “sesso debole” resti quello femminile;
  • all’interno del segmento femminile, il riconoscimento della maggiore esposizione delle donne ai venti della crisi è notevolmente superiore: un allarme che cresce e si rafforza tra le intervistate più istruite e meglio inserite nel mondo del lavoro, ovvero tra quelle che si suppone siano più consapevoli delle caratteristiche e dell’andamento del sistema occupazionale ed economico italiano.

 

  

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