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Il “Triangolo delle Bermude” economico-socio-politico prende sempre più corpo e densità. È un triangolo scaleno insalubre, composto al vertice dall’incedere della debolezza del sistema politico e alla base dal duplice portato dell’accrescersi (e allungarsi) della crisi economica e dall’accentuarsi degli smottamenti sociali (leggi il duplice processo di caduta del ceto medio e ulteriore ingracilimento dei settori meno agiati, da un lato, e il progressivo disincanto e depauperamento della fiducia nel Paese che si è instillato nei settori più forti e agiati, dall’altro lato). Ci troviamo di fronte a un condensato che non è solo italiano, ma coinvolge gran parte dei Paesi dell’Occidente. Un portato che sta influendo, in radice, sui sentimenti, sulle prospettive, sui modi di porsi di fronte alla politica e al futuro del Paese da parte della gente.
Dietro il disincanto, la depressione, la paura, la rabbia, si cela la voglia di rivalsa, di cambiare in modo netto e radicale. La frustrazione galoppante per una politica sempre più inetta e inefficiente prende corpo e dà delusione, distacco, inizia ad assumere i contorni della ricerca di una alternativa. Si accentua, nelle viscere del nostro Paese, il bisogno di un mutamento radicale. Non violento, certo, ma inesorabilmente capace di modificare il quadro attuale.
Se la maggioranza della popolazione, il 55%, chiede e attende riforme vere e reali, non solo annunci, quasi un terzo della popolazione ha abbandonato ogni speranza sulla possibilità di riformare il nostro Paese e auspica azioni e interventi più decisi. Il 29% degli italiani, infatti, pone, come possibile percorso, quello di ribellarsi o fare la rivoluzione. Il dato, già di per sé eloquente, vola al 45% tra i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni ed è consistente anche al Sud e nelle Isole.
È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Walden Synthesis di SWG, che studia e analizza i mutamenti valoriali e sociali degli italiani dal 1997 ed è realizzato ogni anno su un campione di oltre 1.500 italiani.
Va chiarito d’entrata, per evitare qualsiasi equivoco, che non ci troviamo di fronte a un impulso alla violenza politica, alla preparazione di nuovi anni di piombo. Il clima nazionale è ben lontano da tali dinamiche. Ci troviamo di fronte, invece, a un processo di ben più ampia portata, che valica i confini nazionali e può essere identificato con l’affermarsi di prodromi di un nuovo sentiment collettivo di messa in discussione del capitalismo contemporaneo, di quel sistema turbo-finanziario che si è andato affermando negli ultimi due decenni.
Il portato critico espresso dai multiformi movimenti che hanno iniziato a far sentire la propria voce, è alimentato da un ben più vasto dibattito che trova nella rete il proprio epicentro di diffusione e nella messa in mora del turbo-capitalismo finanziario il proprio collante ideologico. Ad alimentare tale dinamica, sia chiaro, non è solo l’agire in profondità del coltello affilato della crisi, ma è anche la difficoltà della politica e degli Stati nell’offrire risposte concrete e socialmente accettabili. Ed è proprio il mix combinato di ricette socialmente dolorose, di accentuazione degli effetti della crisi e debolezza della politica a creare l’humus fertile per l’allargamento della base di consenso a scelte e opzioni maggiormente nette e radicali.
Così, se il 29% degli italiani ritiene opportune azioni politiche più nette (ma ripetiamolo non violente), un’ampia maggioranza (il 58%), pur in forma silente e non partecipante, ritiene tale scelta giustificata e giustificabile di fronte alla sordità e alla impermeabilità alle critiche e alle ipotesi di riforma espresse dal sistema attuale e dai suoi rappresentanti nei vari centri di potere. Il quadro di adesione silente è composito e articolato: da un lato solo il 7% degli italiani ritiene utili gli atti di ribellione, ma dall’altro lato il 22% li valuta come giustificati, il 17% come necessari e il 12% come l’unico modo per farsi ascoltare. Anche in questo caso l’opinione dei giovani è risolutamente più marcata rispetto al resto dell’opinione pubblica: il dato di giustificazione nei confronti delle scelte di azione nette verso il cambiamento vola al 70%.
Nel cestino delle soluzioni possibili alla crisi e allo status di cose è andata a finire, invece, l’idea dell’uomo forte, del salvatore della patria. Solo il 9% ritiene questa la ricetta giusta per trovare una strada di uscita alla crisi e all’impasse politico e sociale in cui soggiace l’Italia. E ancor meno appetibile appare l’ipotesi di fondare nuovi partiti. Solo l’1% pensa che in Italia ci sia bisogno dell’ennesimo gruppo politico.
Lo sfondo in cui è cresciuto, in questi anni, il senso di malessere, delusione, paura e rabbia degli italiani è stato prodotto da un articolato percorso in cui hanno proceduto parallelamente i processi di smottamento sociale e di solidità economica di ampi settori del Paese e il depauperamento delle prospettive e della fiducia (elemento che ha coinvolto non solo i settori in difficoltà, ma anche quelli abbienti).
Dal 2000 a oggi, il trend sulla percezione della sicurezza economica delle persone (il trend registra il giudizio sulla propria situazione economica e sulle possibilità di miglioramento), ha subito un vero e proprio tracollo. Siamo passati da poco più della metà del Paese che si percepiva in una situazione di relativa stabilità e certezza, al 22%. Allo stesso tempo, dal 1999 a oggi, l’evoluzione economica delle famiglie è stata segnata da una costante curva in discesa. Se nel 1999 un terzo delle famiglie denunciava una situazione di difficoltà (con solo il 5% in vera e profonda crisi), oggi il quadro è nettamente mutato e, a segnalare una situazione faticosa è il 55% delle famiglie. In questo processo sono illuminanti i dati delle ali estreme: il raddoppio (dal 5% al 10%) delle persone che manifestano un bilancio familiare pessimo e il deciso dimezzamento di quanti affermano di vivere una condizione economica ottima o buona (dal 24% al 12%).
Scendendo ancora più in profondità, per cogliere la complessità dei fattori che generano nel Paese una dinamica possibilista verso scelte politiche nette e radicali, troviamo due ulteriori fattori dirimenti: la paura di perdere il lavoro e la perdita di fiducia nella riformabilità del Paese.
Il senso di instabilità lavorativa è raddoppiato in meno di 10 anni. Siamo passati dal 32% degli italiani che avvertiva uno status di precarietà lavorativa, al 70% delle persone che ha paura di perdere il lavoro. Analogamente, la sfiducia nella riformabilità del Paese, non coinvolge più, come nel 2002, poco meno della metà degli italiani (il 46%), ma attanaglia il 70% della popolazione.






Commenti
domanda sul grafico "gli atti di ribellione"
Perchè ci sono due volte i "criminali"?
saluti!
Per fare delle vere riforme
Per fare delle vere riforme ci vogliono delle persone capaci oneste. Dove sono? I partiti politici attuali hanno fallito, gli vogliamo ancora dar potere? Assolutamente no.
Ribbellarsi invece, vorrebbe dire creare un danno enorme a tutti gli Italiani non solo ai politici.
La soluzione migliore e fondare nuovi partiti con nuove regole e pochi privilegi gestiti direttamente dal popolo. Oggi la tecnologia lo permette, il potere deve restare in mano al popolo e non ad un gruppo di persone. Non solo, il tutto é possibile farlo anche a costi inferiori.
atti di ribellione
Io credo che una sorta di rivoluzione sia necessaria al fine di riconquistare la libertà di autodeterminarsi come popolo sovrano in uno stato sovrano, nessuno ce la regalerà. E per fare ciò innazitutto si deve uscire dall'euro, nazionalizzare la Banca d'Italia, battere moneta propria, e rinegoziare il debito qualora questo fosse legale e legittimamente acquisito, altrimenti resettarlo. l'Italia non ha bisogno dell'europa ed infatti da quando c'è dentro che le cose per noi non sono più andate bene. Solo così si potrà forse contrastare il disegno massonico di onnipotenza distruttiva, sottraendosi alle loro regole.