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Politiche 2006. Una campagna fortemente influenzata dal porcellum Stampa E-mail
Scritto da Luca Gaudiano
Ven 03 Novembre 2006

 
Si è detto e scritto parecchio sulla pesantezza e, spesso, la scarsa brillantezza dell’ultima campagna elettorale per le elezioni Politiche in Italia. Personalmente non ho registrato “brutture” apocalittiche, anche se di certo non farò la difesa d’ufficio di una campagna elettorale estenuante per tutti, sistema politico e cittadini-elettori.


Ritengo, piuttosto, che sia stato il risultato della nuova legge elettorale, quella votata in tutta fretta dalla Casa delle Libertà prima di andare al voto – quella che ha preso il nome di porcellum, dopo che il suo primo firmatario, l’esponente della Lega Calderoli la definì una “porcata”.


In effetti, poiché le scelte di comunicazione politica ed elettorale dipendono fondamentalmente dalle caratteristiche del soggetto politico (coalizione, singola lista, o candidato che sia), e dall’intreccio tra sistema politico, sistema dei media e sistema elettorale, non essendo sostanzialmente mutati i primi due, è necessariamente sul terzo che ricadono le attenzioni degli osservatori.


Questi i punti del porcellum che a mio avviso hanno messo in difficoltà i professionisti della comunicazione politica ed elettorale:


1. Si votava un simbolo di partito o movimento, la cui lista in termini tecnici era “bloccata”: ovvero non si esprimeva alcuna preferenza per alcun candidato inserito in una lista. Questo ha comportato uno spostamento degli investimenti materiali e intellettuali dal candidato (prima di collegio) alla lista. Il ritorno alla comunicazione di partito, la de-personalizzazione di gran parte della campagna elettorale, con la sola eccezione che vedremo più avanti, il revival del posizionamento ideologico e ideale al posto del posizionamento “personale” che andava individuato nella campagna di collegio, e la naturale diversificazione dei messaggi delle singole liste, preoccupate innanzitutto di non perdere il “proprio” elettorato di riferimento. Non solo: il depotenziamento del legame candidato-elettore e di quello tra candidato e specificità territoriale, hanno annacquato il contenuto politico più prossimo al cittadino-elettore, rendendolo meno interessante.

 

 


2. Il sistema di collegamento tra liste, reso necessario per superare lo sbarramento e per acquisire in caso di vittoria il premio di maggioranza – diversamente modulati tra Camera e Senato – e la conseguente esasperazione della dualità dello scontro tra i candidati premier indicati dalle coalizioni (1). Se da un lato, come abbiamo visto, il voto per liste bloccate ha prodotto una rinnovata spinta sull’acceleratore della comunicazione di partito de-personalizzata o, al più leaderizzata sulla figura del segretario politico, con un pesante passo indietro rispetto ai dieci anni precedenti; dall’altro la necessità delle liste stesse di formare coalizioni, essendo in corsa per il premio di maggioranza e, per i partiti più piccoli, anche per la sopravvivenza in Parlamento, date le diverse modulazioni dello sbarramento, hanno ulteriormente accentuato lo scontro comunicazionale tra i due candidati alla premiership. Il vero punto, l’unico punto di raccordo e sintesi comunicativa per le due coalizioni, eterogenee e centrifughe al proprio interno su messaggi e toni della campagna, non poteva che essere il candidato premier indicato dalla coalizione stessa. D’altra parte, lo abbiamo detto, il sistema elettorale va a produrre i propri effetti in termini di scelte comunicative in concomitanza con il sistema politico e il sistema dei media. Entrambi rimasti immutati: il primo letteralmente “inchiodato” sul bipolarismo composito che ci contraddistingue in Europa da una dozzina d’anni; il secondo sempre più alla ricerca della spettacolarizzazione di qualsiasi contenuto, compreso quello politico-elettorale. E non c’è migliore spettacolarizzazione di quella legata al persona, ai suoi retroscena pubblici e privati, alle gocce di sudore come alle espressioni di mani e volto, ai toni e alla fermezza della voce, al modo di vestire e di camminare: a tutto ciò che è di più facile lettura per il pubblico, perché legato all’istinto della conoscenza, al sistema delle impressioni e delle opinioni, rispetto al contenuto politico vero e proprio, spesso arduo da cogliere e comunque da cogliere attraverso uno sforzo cognitivo maggiore. Ora, non potendo i media sviluppare lo “spettacolo” del candidato di lista, mancando il voto di preferenza, hanno dovuto convergere sui due leader e, in misura minore e con diversi effetti, sui leader di partito o su personalità dei due schieramenti: in ultima analisi, il vero confronto era quello tra Berlusconi e Prodi, più che tra Tremonti e Fassino, o Rutelli e Casini.

 


Alla luce di questo si possono anche comprendere maggiormente le scelte comunicative dei due leader, che hanno cercato di sfruttare al meglio le modalità di comunicazione con le quali hanno la consapevolezza di massimizzare l’efficacia del loro impegno. Così, Berlusconi si è proposto/imposto soprattutto attraverso la televisione, presenziando a qualsiasi programma Rai, Mediaste o La7, che parlasse di calcio o di cucina, di cronaca o di costume, di attualità o di intrattenimento. Prodi, invece, ha preferito il rapporto diretto e in mezzo alla gente, dove raggiunge la sua massima efficacia comunicativa: di qui il tour con TIR e Pullman, l’esperienza stessa della Fabbrica del Programma e la costituzione della sua personale community on line “Incontriamoci”, in cui la stretta di mano e il ragionamento a bassa voce sono stati solamente “virtualizzati” nelle forme, pur rimanendo vitali e incisivi nella sostanza.

 


Non sarà stata una bella campagna quella del 2006. Tuttavia, non poteva essere migliore dovendo fare i conti con un sistema elettorale tanto assurdo e contraddittorio sul piano delle fonti comunicative, dei pubblici di riferimento e della costruzione del messaggio.

 

Luca Gaudiano* 

 

* Lavora e vive a Roma. Professionista della comunicazione, consulente di Pubbliche Amministrazioni e aziende, docente in Corsi di specializzazione post lauream.



(1) L’Italia continua a essere una Repubblica parlamentare, in cui non esiste, ma è solo simulato, un sistema di elezione diretta del Capo dell’Esecutivo: questi è nominato dal Capo dello Stato sulla base della maggioranza presente in Parlamento in seguito al voto popolare, una volta verificata la sua esistenza in prima battuta per mezzo delle consultazioni che lo stesso Presidente della Repubblica conduce all’indomani dal voto. Quindi, il Presidente del Consiglio incaricato deve ricevere il voto di fiducia delle Assemblee.

Commenti
Scritto da PAOLO il 2007-01-25 14:42:59
IL PORCELLO ERA PER TUTTI.CHI LA L'ASPETTI DICE UN DETTO POPOLAER

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