Si è detto e scritto parecchio
sulla pesantezza e, spesso, la scarsa brillantezza dell’ultima campagna
elettorale per le elezioni Politiche in Italia. Personalmente non ho registrato
“brutture” apocalittiche, anche se di certo non farò la difesa d’ufficio di una
campagna elettorale estenuante per tutti, sistema politico e
cittadini-elettori.
Ritengo, piuttosto, che sia stato
il risultato della nuova legge elettorale, quella votata in tutta fretta dalla
Casa delle Libertà prima di andare al voto – quella che ha preso il nome di porcellum, dopo che il suo primo
firmatario, l’esponente della Lega Calderoli la definì una “porcata”.
In effetti, poiché le scelte di
comunicazione politica ed elettorale dipendono fondamentalmente dalle
caratteristiche del soggetto politico (coalizione, singola lista, o candidato
che sia), e dall’intreccio tra sistema politico, sistema dei media e sistema
elettorale, non essendo sostanzialmente mutati i primi due, è necessariamente
sul terzo che ricadono le attenzioni degli osservatori.
Questi i punti del porcellum che a mio avviso hanno messo
in difficoltà i professionisti della comunicazione politica ed elettorale:
1. Si votava un simbolo di partito o movimento, la cui lista in termini
tecnici era “bloccata”: ovvero non si esprimeva alcuna preferenza per alcun
candidato inserito in una lista. Questo ha comportato uno spostamento degli
investimenti materiali e intellettuali dal candidato (prima di collegio) alla
lista. Il ritorno alla comunicazione di partito, la de-personalizzazione di
gran parte della campagna elettorale, con la sola eccezione che vedremo più
avanti, il revival del posizionamento ideologico e ideale al posto del
posizionamento “personale” che andava individuato nella campagna di collegio, e
la naturale diversificazione dei messaggi delle singole liste, preoccupate
innanzitutto di non perdere il “proprio” elettorato di riferimento. Non solo:
il depotenziamento del legame candidato-elettore e di quello tra candidato e
specificità territoriale, hanno annacquato il contenuto politico più prossimo
al cittadino-elettore, rendendolo meno interessante.
2. Il sistema di collegamento tra liste, reso necessario per superare lo
sbarramento e per acquisire in caso di vittoria il premio di maggioranza –
diversamente modulati tra Camera e Senato – e la conseguente esasperazione
della dualità dello scontro tra i candidati premier indicati dalle coalizioni (1).
Se da un lato, come abbiamo visto, il voto per liste bloccate ha prodotto una
rinnovata spinta sull’acceleratore della comunicazione di partito
de-personalizzata o, al più leaderizzata
sulla figura del segretario politico, con un pesante passo indietro rispetto ai
dieci anni precedenti; dall’altro la necessità delle liste stesse di formare
coalizioni, essendo in corsa per il premio di maggioranza e, per i partiti più
piccoli, anche per la sopravvivenza in Parlamento, date le diverse modulazioni
dello sbarramento, hanno ulteriormente accentuato lo scontro comunicazionale
tra i due candidati alla premiership. Il vero punto, l’unico punto di raccordo
e sintesi comunicativa per le due coalizioni, eterogenee e centrifughe al
proprio interno su messaggi e toni della campagna, non poteva che essere il
candidato premier indicato dalla coalizione stessa. D’altra parte, lo abbiamo
detto, il sistema elettorale va a produrre i propri effetti in termini di
scelte comunicative in concomitanza con il sistema politico e il sistema dei
media. Entrambi rimasti immutati: il primo letteralmente “inchiodato” sul
bipolarismo composito che ci contraddistingue in Europa da una dozzina d’anni;
il secondo sempre più alla ricerca della spettacolarizzazione di qualsiasi
contenuto, compreso quello politico-elettorale. E non c’è migliore
spettacolarizzazione di quella legata al persona, ai suoi retroscena pubblici e
privati, alle gocce di sudore come alle espressioni di mani e volto, ai toni e
alla fermezza della voce, al modo di vestire e di camminare: a tutto ciò che è
di più facile lettura per il pubblico, perché legato all’istinto della
conoscenza, al sistema delle impressioni e delle opinioni, rispetto al
contenuto politico vero e proprio, spesso arduo da cogliere e comunque da
cogliere attraverso uno sforzo cognitivo maggiore. Ora, non potendo i media
sviluppare lo “spettacolo” del candidato di lista, mancando il voto di
preferenza, hanno dovuto convergere sui due leader e, in misura minore e con
diversi effetti, sui leader di partito o su personalità dei due schieramenti:
in ultima analisi, il vero confronto era quello tra Berlusconi e Prodi, più che
tra Tremonti e Fassino, o Rutelli e Casini.
Alla luce di questo si possono
anche comprendere maggiormente le scelte comunicative dei due leader, che hanno
cercato di sfruttare al meglio le modalità di comunicazione con le quali hanno
la consapevolezza di massimizzare l’efficacia del loro impegno. Così,
Berlusconi si è proposto/imposto soprattutto attraverso la televisione,
presenziando a qualsiasi programma Rai, Mediaste o La7, che parlasse di calcio
o di cucina, di cronaca o di costume, di attualità o di intrattenimento. Prodi,
invece, ha preferito il rapporto diretto e in mezzo alla gente, dove raggiunge
la sua massima efficacia comunicativa: di qui il tour con TIR e Pullman,
l’esperienza stessa della Fabbrica del Programma e la costituzione della sua
personale community on line
“Incontriamoci”, in cui la stretta di mano e il ragionamento a bassa voce sono
stati solamente “virtualizzati” nelle forme, pur rimanendo vitali e incisivi
nella sostanza.
Non sarà stata una bella campagna
quella del 2006. Tuttavia, non poteva essere migliore dovendo fare i conti con
un sistema elettorale tanto assurdo e contraddittorio sul piano delle fonti
comunicative, dei pubblici di riferimento e della costruzione del messaggio. Luca Gaudiano*
* Lavora
e vive a Roma. Professionista della comunicazione, consulente di Pubbliche
Amministrazioni e aziende, docente in Corsi di specializzazione post lauream.
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Scritto da PAOLO il 2007-01-25 14:42:59 IL PORCELLO ERA PER TUTTI.CHI LA L'ASPETTI DICE UN DETTO POPOLAER |
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