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LA RIVISTA BIMESTRALE / Per discutere e approfondire i temi della politica contemporanea
Riflettendo sulla figura del portavoce Stampa E-mail
Scritto da Francesco Pira
Gio 29 Marzo 2007

Qualche giorno fa ero all'Università di Urbino a presentare il libro di Alessandro Rovinetti “Fare comunicazione pubblica” ed inevitabilmente il discorso è scivolato sui recenti fatti di cronaca ed in particolare sulla questione di quanto l'informazione spesso vive il disagio nel comprendere quanto è comunicazione istituzionale e quanto comunicazione politica.

 

 

E Rovinetti, esperto docente di comunicazione pubblica e segretario della Federazione Europea dei Comunicatori Pubblici e di quell italiana ha affermato: “per molto tempo più o meno strumentalmente si è alimentata una certa confusione. Fingendo che non fosse possibile definirne un preciso confine si è così favorito l'affermarsi di un lungo periodo in cui le competenze spesso hanno dovuto cedere il passo alle appartenenze. Con due pessimi risultati: il primo di inquinare il tanto auspicato e ricercato dialogo con il cittadino, con una comunicazione appesantita dalla propaganda e dalla ricerca del consenso; il secondo di giustificare la necessità di avere in questi settori dirigenti spesso non professionalizzati ma quasi sempre di schieramento”.

 

Sulla professionalità di Silvio Sircana certo non si può discutere. Almeno molti non lo fanno, altri si, ma sul fatto che i portavoce vengano pagati dai cittadini tutti possono parlare e dire la loro. Ed in effetti quanto dichiarato dall'ex Garante della Privacy, professor Stefano Rodotà a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio ci deve far pensare a lungo.

 

Sircana su “La Stampa” ha chiesto nuove regole ed un patto tra giornalisti e Garante anziché nuove disposizioni. Ma come ha giustamente sottolineato il professor Rodotà, Sircana non sa, o ha dimenticato, che il Codice Etico già esiste, che è stato sottoscritto dall'Ordine dei Giornalisti e dal Garante anni fa e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

 

Basta applicarlo.

 

Certo la vicenda delle foto di Silvio Sircana, portavoce unico del Governo e parlamentare ulivista che apre il finestrino della sua auto e parla con un trans, ha riacceso la luce su uno dei “lavori” più delicati che la politica annovera: quello del portavoce, appunto.

 

Nel 2000 quando fu varata la legge 150 in pochi si soffermarono su che cosa doveva fare all’interno di un governo centrale, regionale o locale un portavoce.

 

Una figura prettamente politica, di nomina fiduciaria, e quindi che tendenzialmente doveva avere due carattistiche: conoscere bene la macchina amministrativa e avere competenze forti di relazioni con i media. A questo bisognava aggiungere, forse nel regolamento attuativo della legge, che quando fai questi lavori sei costantemente controllato, studiato e preso di mira sia per quello che fai, che per quello che pensi ed anche per quello che ti è venuto in mente.

 

Una professione davvero importante nel rapporto tra istituzione e cittadini per far recuperare a questi ultimi fiducia nelle istituzioni.

 

Al contrario degli altri due mestieri previsti dalla stessa legge, il responsabile o l’addetto dell’ufficio stampa o il responsabile o l’addetto stampa, in pochi si sono appassionati sul ruolo del portavoce. Per il semplice fatto che per essere nominato occorreva conoscere bene il capo di un’amministrazione e tendenzialmente essere organico alle sue idee politiche ed al suo schieramento.

 

Cosa inusuale in altri paesi dove chi fa questo mestiere può lavorare per una fazione o un’altra mantenendo alto il suo livello di credibilità.

 

In Italia la legge 150 non è stata applicata del tutto, per usare un eufemismo, e soprattutto per la figura del portavoce la politica ha pensato di glissare sulla professionalità e sulle capacità a volte, lasciando questi ambiti posti o a politici trombati o funzionari di partito che rischiavano il posto o ad ex assessori o consiglieri.

 

Certo non è il caso di Silvio Sircana, che dal Premier Romano Prodi, che conosceva fin dai tempi dell’Iri, ha ottenuto di essere inserito nei “magici listini” voluti dalla legge “porcata” del leghista Roberto Calderoli.

 

Così Sircana ha ottenuto prima di essere eletto deputato e poi dopo la crisi di Governo di entrare nei magnifici dodici punti di rilancio del Governo. E il Presidente del Consiglio lo ha nominato Portavoce Unico.

 

In questo momento in cui in Italia ci si interroga nei bar, nei convegni, nelle riunioni politiche e nelle discoteche quali fossero i rapporti veri tra il Portavoce Unico del Governo e il trans “beccato” per le vie di Roma, nessuno si è chiesto quali sono i compiti di un Portavoce Unico o non Unico e cosa realmente deve fare.

 

Del resto anche con il precedente Governo nessuno si era posto il problema pensando al Sottosegretario Paolo Bonaiuti.

 

Spesso mi capitava di fare sondaggi durante le mie docenze e di chiedere quanti sapevano chi era il portavoce istituzionale del Presidente del Consiglio Berlusconi.

 

 

Dopo qualche minuto di silenzio qualcuno azzardava Bondi, qualche altro Elisabetta Gardini. Del resto è vero che Bonaiuti in cinque anni ha parlato quanto Berlusconi non aveva voglia o quando occorreva mettere qualche pezza in strappi fatti dal Cavaliere con la stampa o con i suoi oppositori.

 

E vogliamo scommettere che non appena le luci si spegneranno su Vallettopoli nessuno si chiederà cosa fa un Portavoce Unico o Multiplo del Governo, della Regione, di una Provincia o di un Comune.

 
 

Eppure se fossimo tutti cittadini socialmente responsabili dovremmo chiedercelo perché questi portavoce li paghiamo noi con i nostri soldini. Giampaolo Pansa nella sua rubrica sull’Espresso BESTIARIO senza pensarci un attimo dice a Sircana di lasciare. Inizia il suo articolo quasi con un invito-ordine “Dimettersi…prima lo farà e meglio sarà per lui e per il Presidente del Consiglio”. I giornali come la politica sono divisi in innocentisti e colpevolisti.

 

 

L’Italia però ha un grande merito: in un altro paese questo dibattito creativo non ci sarebbe stato. Le cose sarebbero andate in maniera diversa.

 

 

Ci permettiamo soltanto di suggerire a politici ed addetti ai lavori di considerare un po’ di più questo ruolo e pensare che è la figura professionale che dovrebbe spiegare ai cittadini le politiche di un Governo, di qualunque tipo. Forse chi occupa queste vellutate poltrone dovrebbe sapere, come del resto ammonisce Pansa che “uno con il suo ruolo è spiato da tutte le parti. E che è un boccone grosso per qualsiasi fotoreporter in cerca di scoop”.

 

Rodotà da Fazio ha anche raccontato di un Consigliere Regionale che qualche anno fa ha protestato perchè i giornali avevano pubblicato una sua foto con un trans e chiedeva la protezione del Garante della Privacy. Poi quando era in aula era il più acerrimo nemico dei transessuali.

 

Forse il problema è un altro: chi occupa ruoli istituzionali per tutto il periodo del suo mandato deve rinunciare alla creatività e alla trasgressione. Anche perchè i soldi con cui vengono pagati i portavoce sono soldi pubblici. O no?

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