Qualche
giorno fa ero all'Università di Urbino a presentare il libro di Alessandro
Rovinetti “Fare comunicazione pubblica” ed inevitabilmente il discorso è
scivolato sui recenti fatti di cronaca ed in particolare sulla questione di
quanto l'informazione spesso vive il disagio nel comprendere quanto è
comunicazione istituzionale e quanto comunicazione politica.
E
Rovinetti, esperto docente di comunicazione pubblica e segretario della
Federazione Europea dei Comunicatori Pubblici e di quell italiana ha affermato:
“per molto tempo più o meno strumentalmente si è alimentata una certa
confusione. Fingendo che non fosse possibile definirne un preciso confine si è
così favorito l'affermarsi di un lungo periodo in cui le competenze spesso
hanno dovuto cedere il passo alle appartenenze. Con due pessimi risultati: il
primo di inquinare il tanto auspicato e ricercato dialogo con il cittadino, con
una comunicazione appesantita dalla propaganda e dalla ricerca del consenso; il
secondo di giustificare la necessità di avere in questi settori dirigenti
spesso non professionalizzati ma quasi sempre di schieramento”. Sulla
professionalità di Silvio Sircana certo non si può discutere. Almeno molti non
lo fanno, altri si, ma sul fatto che i portavoce vengano pagati dai cittadini
tutti possono parlare e dire la loro. Ed in effetti quanto dichiarato dall'ex
Garante della Privacy, professor Stefano Rodotà a “Che tempo che fa” di Fabio
Fazio ci deve far pensare a lungo. Sircana
su “La Stampa” ha chiesto nuove regole ed un patto tra giornalisti e Garante
anziché nuove disposizioni. Ma come ha giustamente sottolineato il professor
Rodotà, Sircana non sa, o ha dimenticato, che il Codice Etico già esiste, che è
stato sottoscritto dall'Ordine dei Giornalisti e dal Garante anni fa e
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Basta
applicarlo. Certo
la vicenda delle foto di Silvio Sircana, portavoce unico del Governo e
parlamentare ulivista che apre il finestrino della sua auto e parla con un
trans, ha riacceso la luce su uno dei “lavori” più delicati che la politica
annovera: quello del portavoce, appunto. Nel
2000 quando fu varata la legge 150 in pochi si soffermarono su che cosa doveva
fare all’interno di un governo centrale, regionale o locale un portavoce. Una
figura prettamente politica, di nomina fiduciaria, e quindi che tendenzialmente
doveva avere due carattistiche: conoscere bene la macchina amministrativa e
avere competenze forti di relazioni con i media. A questo bisognava aggiungere,
forse nel regolamento attuativo della legge, che quando fai questi lavori sei
costantemente controllato, studiato e preso di mira sia per quello che fai, che
per quello che pensi ed anche per quello che ti è venuto in mente. Una
professione davvero importante nel rapporto tra istituzione e cittadini per far
recuperare a questi ultimi fiducia nelle istituzioni. Al
contrario degli altri due mestieri previsti dalla stessa legge, il responsabile
o l’addetto dell’ufficio stampa o il responsabile o l’addetto stampa, in pochi
si sono appassionati sul ruolo del portavoce. Per il semplice fatto che per
essere nominato occorreva conoscere bene il capo di un’amministrazione e
tendenzialmente essere organico alle sue idee politiche ed al suo schieramento. Cosa
inusuale in altri paesi dove chi fa questo mestiere può lavorare per una
fazione o un’altra mantenendo alto il suo livello di credibilità. In Italia la legge 150 non è
stata applicata del tutto, per usare un eufemismo, e soprattutto per la figura
del portavoce la politica ha pensato di glissare sulla professionalità e sulle
capacità a volte, lasciando questi ambiti posti o a politici trombati o
funzionari di partito che rischiavano il posto o ad ex assessori o consiglieri. Certo
non è il caso di Silvio Sircana, che dal Premier Romano Prodi, che conosceva
fin dai tempi dell’Iri, ha ottenuto di essere inserito nei “magici listini”
voluti dalla legge “porcata” del leghista Roberto Calderoli. Così
Sircana ha ottenuto prima di essere eletto deputato e poi dopo la crisi di
Governo di entrare nei magnifici dodici punti di rilancio del Governo. E il
Presidente del Consiglio lo ha nominato Portavoce Unico. In
questo momento in cui in Italia ci si interroga nei bar, nei convegni, nelle
riunioni politiche e nelle discoteche quali fossero i rapporti veri tra il Portavoce Unico del Governo e il
trans “beccato” per le vie di Roma, nessuno si è chiesto quali sono i compiti
di un Portavoce Unico o non Unico e cosa realmente deve fare. Del
resto anche con il precedente Governo nessuno si era posto il problema pensando
al Sottosegretario Paolo Bonaiuti. Spesso
mi capitava di fare sondaggi durante le mie docenze e di chiedere quanti
sapevano chi era il portavoce istituzionale del Presidente del Consiglio
Berlusconi.
Dopo
qualche minuto di silenzio qualcuno azzardava Bondi, qualche altro Elisabetta
Gardini. Del resto è vero che Bonaiuti in cinque anni ha parlato quanto
Berlusconi non aveva voglia o quando occorreva mettere qualche pezza in strappi
fatti dal Cavaliere con la stampa o con i suoi oppositori. E
vogliamo scommettere che non appena le luci si spegneranno su Vallettopoli
nessuno si chiederà cosa fa un Portavoce Unico o Multiplo del Governo, della
Regione, di una Provincia o di un Comune. Eppure se fossimo tutti
cittadini socialmente responsabili dovremmo chiedercelo perché questi portavoce
li paghiamo noi con i nostri soldini. Giampaolo
Pansa nella sua rubrica sull’Espresso BESTIARIO senza pensarci un attimo dice a
Sircana di lasciare. Inizia il suo articolo quasi con un invito-ordine
“Dimettersi…prima lo farà e meglio sarà per lui e per il Presidente del
Consiglio”. I giornali come la politica sono divisi in innocentisti e
colpevolisti.
L’Italia
però ha un grande merito: in un altro paese questo dibattito creativo non ci sarebbe
stato. Le cose sarebbero andate in maniera diversa.
Ci
permettiamo soltanto di suggerire a politici ed addetti ai lavori di
considerare un po’ di più questo ruolo e pensare che è la figura professionale
che dovrebbe spiegare ai cittadini le politiche di un Governo, di qualunque
tipo. Forse chi occupa queste vellutate poltrone dovrebbe sapere, come del
resto ammonisce Pansa che “uno con il suo ruolo è spiato da tutte le parti. E
che è un boccone grosso per qualsiasi fotoreporter in cerca di scoop”. Rodotà
da Fazio ha anche raccontato di un Consigliere Regionale che qualche anno fa ha
protestato perchè i giornali avevano pubblicato una sua foto con un trans e
chiedeva la protezione del Garante della Privacy. Poi quando era in aula era il
più acerrimo nemico dei transessuali. Forse
il problema è un altro: chi occupa ruoli istituzionali per tutto il periodo del
suo mandato deve rinunciare alla creatività e alla trasgressione. Anche perchè
i soldi con cui vengono pagati i portavoce sono soldi pubblici. O no?
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