di Alessandra Dragotto NON ERA MAI successo, nella storia elettorale d’Italia che un partito raddoppiasse i suoi consensi a così breve distanza dalle precedenti consultazioni e in maniera così capillarmente diffusa sul territorio. Eppure il partito di Antonio Di Pietro è riuscito a passare dal 4,4% delle Politiche 2008 all’8% delle ultime Europee.
I sondaggi, un successo di questo tipo, lo annunciavano da tempo ed era l’unico dato - insieme a quello del consolidamento della Lega - ad apparire sempre più stabile man mano che ci si avvicinava al giorno delle elezioni. Ma, si sa, una cosa è giocare con i pronostici, l’altra è poter contare i voti nelle urne. Il voto alle Europee è, tuttavia, bizzarro e si orienta in maniera molto più originale di quello politico o amministrativo: tutti ricordiamo l’exploit della Lista Bonino che 10 anni fa arrivò a sfiorare il 9% mentre alle regionali dell’anno successivo subì una brusca frenata perdendo quasi 2 milioni di voti.
Per Di Pietro l’arretramento è avvenuto molto prima: l’IdV è passato dall’8% delle Europee al 5% delle amministrative su base provinciale. Ancor più deludente la performance nei comuni: mediamente il 4% delle preferenze.
Nel capoluogo toscano – ad esempio - l’Idv ha raccolto il 7,9% alle Europee (un successo memorabile in una città come Firenze), ma appena il 2,8% alle comunali. A Bologna, è passato dall’8,8% - grazie alla candidatura di De Magistris (più votato in assoluto dopo Silvio Berlusconi) - alla metà esatta dei voti alle comunali (4,4%). Anche al Sud lo scenario non cambia di molto: lo scossone più pesante si è avuto nel comune di Avellino dove l’IdV ha perso più di sette punti, dal 9,9% al 2,8%. Persino a Campobasso, dove l’Idv ha sempre sfondato (30% alle Politiche 2008, 33% alle Europee 2009), il suo candidato sindaco ha preso il 18%.
1 Un arretramento, dunque, proprio nel voto amministrativo che interpreta meglio il radicamento sul territorio di un partito e che dipende in misura minore dalla capacità di attirare il voto di protesta come invece può accadere alle europee.
Certamente il risultato delle amministrative va confrontato anche con quello delle precedenti consultazioni locali, dove l’Idv aveva ancora percentuali irrisorie. Da questo punto di vista il partito è certamente cresciuto. Appare però altrettanto evidente, ed è la prima sfida per il partito dipietrista, un’incapacità di conquistare elettori non «occasionali» e di affrancarsi dalla figura del suo leader capace di bucare il video, ma non di creare un elettorato fedele. L’IdV, infatti (secondo solo alla Destra di Storace) è stato il partito con la minor percentuale di riconferme rispetto al 2008 cedendo quasi 150.000 voti al Pd e riuscendo a dirottare più del 30% di quanti lo avevano preferito verso l’astensione: in questo Di Pietro non è stato secondo a nessuno. Ciò conferma l’estrema volatilità della sua base elettorale e pone con forza la sfida, urgente per l’Idv, di consolidare il proprio bacino elettorale di riferimento, cercando di solidificarlo e compattarlo sulla base di una generazione programmatica complessiva. Le scie delle emozioni del momento, creano successi elettorali, non solidi partiti. In questa particolare congiuntura politica Di Pietro è riuscito, infatti, ad intercettare ed interpretare lo scontento esistenziale dell’elettorato del centro-sinistra che lo ha premiato in Europa, ma che ha preferito, invece, astenersi o ritornare sui propri passi al momento di scegliere il governo cittadino.
2 Alle Europee le principali forze alla sinistra hanno totalizzato quasi il 7% con un recupero rispetto alle politiche 2008. L’Udc ha avuto un leggero incremento. È dunque chiaro che gran parte del voto dipietrista è venuto dal Pd, (quasi un milione di voti): cosa che infligge un duro colpo al moderatismo programmatico del centro-sinistra.
Eppure anche questo lo sapevamo già. I sondaggi ci avevano messo in guardia sui pericoli di una sinistra troppo moderata e appena un po’ alternativa: la gente dimostrava di aver bisogno di qualcuno che gridasse a gran voce la loro rabbia, qualcuno che definisse gli avversari ladri e imbroglioni, e che nel frattempo li facesse sentire moralmente migliori e vittime dell’ingiustizia.
Di Pietro è riuscito a dar voce a segmenti di elettorato di diversa matrice ideologica ma uniti dalla riproposizione della cosiddetta “questione morale” e soprattutto del più acceso antiberlusconismo.
Egli è riuscito ad attingere dalla cultura cattolica della solidarietà sociale e familiare, dalla cultura socialista del lavoro e della giustizia sociale, dalla cultura liberale dell’economia di mercato, della libertà individuale e del buon governo, attraversate dalle grandi tematiche dei diritti civili, della questione morale e dei nuovi diritti di cittadinanza. E con un partito cucito a misura Di Pietro ha dato fuoco alle polveri della sua sfida: passare dall’opposizione all’ ‘alternativa’.
3 Celebrata la festa del raddoppio dei voti, ora Antonio Di Pietro dovrà decidere che fare e, soprattutto, come consolidare i consensi raccolti che sono ancora pochi per costituire un polo a sé stante ma allo stesso tempo in posizione troppo di punta per risultare facilmente solubile in alleanze con Pd o Udc. Il primo nodo da sciogliere sarà certamente quello legato alla necessità di conciliare i valori di una base elettorale in gran parte di sinistra da cui l’Idv attinge con una leadership valorialmente moderata: una rifondazione congressuale e programmatica sembra essere una tappa obbligata per un IdV che voglia puntare al governo del Paese.
Di certo modifiche statutarie e nuove modalità organizzative erano già in cantiere da tempo, ma il peso di questo 8% ottenuto alle Europee costringerà la direzione del partito a bruciare ulteriormente le tappe. Intanto l’ex pm ha annunciato che sarà presto cancellato dal simbolo il nome del leader, dando il via alla costruzione di una classe dirigente.
Basta dunque con i personalismi, voluti o subiti, necessari o di comodo che siano. Ma se darsi una definitiva, moderna struttura organizzativa sarà compito lungo e faticoso, ben più complicata appare oggi per Antonio Di Pietro la futura gestione interna del partito. Troppo forti, diverse e distanti, sembrano infatti le personalità che hanno caratterizzato le candidature e la cui scelta ha certamente avuto un peso in questo exploit.
Candidature certamente fuori, per buona parte, dai soliti schemi. Scelte che hanno dato identità alla crescita del movimento di Di Pietro contribuendo a portarlo al risultato di oggi. E che anzi, in alcuni casi, l’hanno perfino superato. L’ex magistrato De Magistris alla sua prima apparizione in politica ha ottenuto più voti del suo leader in quattro circoscrizioni su cinque.
4 Qualunque sarà il percorso scelto da di Di Pietro l’indicazione venuta dalle urne è comunque molto chiara: il bipolarismo esce fortemente ridimensionato a favore di “terze” realtà dell’uno e dell’altro schieramento. Il risultato della Lega Nord e dell’Italia dei Valori - benché frutto di logiche differenti - pone un freno a quella che fino a qualche anno fa veniva ritenuta una tendenza chiara del Paese, ovvero quel graduale passaggio ad un sistema maggioritario che avrebbe dovuto sfociare in un duopolio all’americana.
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