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LA RIVISTA BIMESTRALE / Per discutere e approfondire i temi della politica contemporanea
Elementi per un sistema di comunicazione di un ente pubblico Stampa E-mail
Scritto da Enzo Risso
Sab 30 Dicembre 2006

 

 

Gli effetti della postmodernità sulla comunicazione

Non bisogna mai cedere alla tentazione di ritenere la complessità della società contemporanea un fattore esterno all’agire politico, amministrativo e comunicativo. La post modernità non è solo, come dice Lyotard, “l’incredulità verso i grandi racconti” e non rivela solo un “sentimento di fine”. Essa crea, nella vita quotidiana:
•    pulsioni alla flessibilità e all’incostanza;
•    depoliticizzazione del sociale e estetizzazione della politica;
•    personalizzazione in serie del consumatore di massa;
•    rifiuto dell’universalità a favore di nostalgici pastiche forgiati su un passato storico mitizzato, su un ritorno alle radici e alle appartenenze;  
•    reincanto del mondo, che procede nel solco del senso delle apparenze e in un ritorno del religioso, in un neo millenarismo cupo, esistenziale e intimistico.
 


I mutamenti della comunicazione pubblica


Il nuovo ruolo della comunicazione per un’istituzione pubblica è determinato dall’incrocio di più fattori:
•    dalla crisi dei partiti,
•    dalla spettacolarizzazione dei media,
•    dall’estetizzazione della comunicazione,
•    dalla personalizzazione della politica,
•    dai mutamenti nella relazione tra cittadini e governanti,
•    dalla pubblicizzazione della vita privata e dal voyerismo mediatico.

Tutti  fattori che assegnano alla comunicazione pubblica una nuova funzione, un compito strategico: rispondere alle accentuate necessità di dialogo, relazione, partecipazione e ruolo attivo dei cittadini.

La comunicazione pubblica, in questo ambito, assurge a una funzione complessa, che valica le forme del servizio e dell’informazione di governo, e si ritrova a dover stabilire rapporti di verità relativi a ogni situazione concreta, a dover mettere in tensione verità e opinione. Diceva Parmenide: “Prenderai la via della verità ed eviterai la via dell’opinione”.



Ripensare la gente

Categoria non amata (specie a centrosinistra), che riverbera logiche populistiche, ma esiste e bisogna saperla contemplare e considerare. La frammentazione individualistica post moderna, la generalizzazione del feticismo delle merci e dell’alienazione consumistica, la frenesia dell’istantaneo e dello zapping, alimentano un senso generico di gens e il passaggio dall’individuo alla persona.
Nella nuova epoca i soggetti non amano solo consumare, non “sono” solo in quanto possiedono, ma vogliono sentirsi persona nel possedere. Sotto le dinamiche della mercificazione generalizzata, la gente non vuole solo “avere”, vuole adottare sogni. Cerca l’incontro tra l’utilità dell’oggetto e l’immaginazione che incarna l’oggetto per il soggetto.  



I mutamenti nei registri della comunicazione pubblica


Per comunicare bene, per interagire e farsi ascoltare, occorre toccare il cuore delle persone, far oscillare i sogni, tratteggiare orizzonti. Occorre avere il gusto per il singolare, per il particolare.

Comunicare un’istituzione non può, quindi, limitarsi all’indispensabile approccio razionale, non può essere solo racconto del buon governo, delle scelte, delle azioni effettuate. Deve dotarsi di un’anima, deve far vivere e comprendere le persone, il loro impegno, il loro afflato, i loro sogni. Deve veicolare visioni, senso, calore. Deve trasmettere eticità, identità, energia.

La chiave della leadership, nell’epoca attuale (come abbiamo scritto nelle conclusioni), si colloca nella capacità di sviluppare e raccontare storie. Nello storytelling.
Il racconto deve servire a far vivere e ad esplicitare ciò che una regione, provincia o città può divenire.  

Raccontare non è solo un mezzo per sedurre, come dicono i pubblicitari. Raccontare è un mezzo  per farsi capire, per far vedere e cogliere dove si vuole andare, far vivere che cosa propone realmente, e per tutti, il presidente o il sindaco.  

Raccontare significa condividere, definire azioni, trasmettere , informare, prospettare, far vivere  esperienze, far percepire impegno, emozioni, appeal.  

Raccontare vuol dire definire azioni comprensibili a tutti, all’ultimo, come al prima, più all’ultimo, che al primo. Lo storytelling, in politica non è solo imbonimento, ma può essere anche umanità, umanizzazione della  comunicazione.



Non si vendono prodotti

La comunicazione pubblica non può considerare, come fa il marketing, gli amministratori come prodotti, né deve cercare di trasformare le persone in base alle pulsioni del mercato opinionale. La comunicazione pubblica rivaluta la semplicità e la veracità di un soggetto, le ritiene armi migliori e comunque più efficaci delle possibili copie costruite a tavolino. Se il marketing tende a mutare le persone in base ai clichè del momento, tende a costruire artefatti; la comunicazione pubblica tende all’autenticità, alla semplicità, alla realtà magica dell’individuo.

Il classico marketing politico, e il suo sistema di valutazione, ha ormai tre limiti sostanziali:


1.    È un corrimano, non una guida. Serve per tracciare una linea lungo la scala delle idee, ma non serve a delineare uno stile, un carattere, un’identità. Ti guida per salire le scale, non ti fa capire dove le scale portano, quali sono le diverse vie perseguibili, quali sono i fini differenti.

2.    È un approccio sostanzialmente razionale. I fautori del marketing politico tendono a ritenere il proprio prodotto una scienza esatta. Ricercano l’associazione di causa-effetto, e così, quando il culto dell’oggetto è in difficoltà, tutta la religione traballa. È una comunicazione che si fonda su prodotti solo vincenti, non fa crescere le personalità, non segue le trasformazioni e i mutamenti del contesto. È una comunicazione dell’avere, non dell’essere.


3.    È brutalmente materialista. Considerando gli uomini politici come prodotti, dimentica due fattori fondamentali: fino in fondo non si possono trasformare le persone; la semplicità e la veracità di un soggetto, sono sempre migliori della sua copia costruita. Il marketing politico tende a mutare le persone in base ai clichè del momento, costruisce un artefatto che, se cambia la stagione, non è più al passo con i tempi.  



Si narrano storie

Complessità, incertezza, ambiguità e cambiamento sono le parole chiave del contesto in cui le regioni e le amministrazioni pubbliche operano.
La caduta dei paradigmi sociali, ideologici e reticolari dell’epoca moderna, la globalizzazione e l'aumento della competizione tra le persone hanno fortemente destabilizzato l'ambiente interno ed esterno in cui le persone operano e vivono.
In questo contesto fluido e metamorfico, le modalità di gestione e di comunicazione delle regioni si devono modificare in maniera profonda per riuscire ad assecondare la necessità degli attori sociali e civici di trovare un nuovo modo per capirsi, conoscersi e riconoscersi in questa mutevole condizione di vita.

In questo scenario è emersa la dimensione personale dell’agire politico e con le elezioni dirette dei vertici amministrativi (sindaci, presidenti di regioni e province) si è affermato il paradigma della politica-persona.
Gli enti locali e le regioni, le amministrazioni pubbliche,  non possono più essere interpretate sotto i tradizionali aspetti strutturali, orientati al processo e basati sul controllo, ma devono essere vissuti e rappresentati come sistemi viventi e fluenti, con  i quali poter parlare, pensare, sognare, dialogare, relazionarsi, essere aiutati. Entità  composte da  esseri umani, non da funzionari.

Con l'emergere di una visione delle società come costruzioni pluralistiche di storie multiple si afferma anche una nuova concezione della narrazione, che è oggi essenziale per comunicare, che è considerata una modalità efficace per una diversa ed innovativa comprensione, direzione e gestione delle amministrazioni pubbliche.

Ecco perché l'uso strategico della narrazione è centrale per un ente pubblico come uno strumento a sua disposizione (soprattutto del suo presidente o sindaco) per ridefinire la propria identità, approfondire la propria conoscenza e migliorare la comunicazione.
Lo storytelling permette alle amministrazioni di raggiungere importanti obiettivi come:
1.    mostrare i risultati raggiunti,
2.    generare consenso e senso di appartenenza,
3.    motivare i cittadini,
4.    far conoscere e comprendere i cambiamenti in atto.


 
Il valore dei simboli e della comunicazione evocativa

Lo Stato è invisibile: deve venire personificato prima di essere visto; simbolizzato prima di poter essere amato, e immaginato prima di poter essere concepito”.
Non lo asserisce un pubblicitario incallito, ma uno dei protagonisti del dibattito intellettuale e politico negli Usa, Michael Walzer.

La politica si esprime attraverso il simbolismo. Ogni attività umana, come ogni comportamento istituzionale, è simbolica. I simboli rappresentano uno di quegli strumenti, in realtà il principale strumento, attraverso i quali le persone assegnano significati al mondo che li circonda. I simboli permetto alle persone, ai cittadini, di interpretare ciò che osservano e chi sono.
Quella simbolica, quindi, non è una dimensione residuale della politica reale. Ancor meno si configura come uno schermo inessenziale. Il simbolico è la vera politica, articolata in un modo particolare e spesso anche efficace.

I simboli, ovvero l’azione simbolica dei leader politici e amministrativi, suscitano la comprensione sociale e definiscono il senso dell’azione politica. Forniscono strumenti attraverso i quali le persone acquistano consapevolezza del processo politico.
Per questo l’azione politica e comunicativa è in primo luogo quella di capire quali sono i simboli efficaci all’interno della società e di imparare a utilizzarli per convertirli in azione.

Purtroppo, in molte visioni della politica, l’azione amministrativa è considerata come un semplice processo di scambio, nel quale la gente si limita a seguire il principio dell’interesse materiale. Le persone vengono considerate alla stregua di consumatori in un mercato di pubbliche relazioni, in cui spariscono le motivazioni, le emozioni, e si alimentano solo le forme dell’utilitarismo, del calcolo razionale del tornaconto.

Diceva un noto filosofo come Cassirer: “la natura non fa niente senza cerimonie”. L’azione rituale e simbolica non soltanto dà significato all’universo, ma ne diviene parte. Attraverso l’azione tirualizzata e simbolica l’interno diviene esterno e la rappresentazione  soggettiva del mondo si trasforma in una realtà sociale.

Il simbolico offre uno strumento in più alla politica. Le permette di agire e operare attraverso i sensi, per strutturare il senso stesso che le persone hanno della realtà e la loro comprensione del mondo che li circonda, nonché la valutazione stessa dell’agire politico dell’uomo di governo.

L’importanza dell’agire simbolico di un presidente di regione, provincia o sindaco, è centrale perché essa condensa tre fattori:
la condensazione del significato: si riferisce al fatto di come determinati simboli rappresentano e unificano una ricca varietà di significati. L’idea simbolo, l’azione simbolo, riesce a incorporare e in qualche modo a trattenere in sé diverse idee. Queste idee non vengono dedotte dalla gente, attraverso un percorso razionale, ma si alimentano e si tengono insieme nella capacità associativa naturale generata dall’azione simbolica;
la polivalenza: se la condensazione permette l’interazione dei diversi significati e la loro sintesi in un nuovo significato per l’individuo, la polivalenza mette in luce il fatto che lo stesso simbolo può essere inteso in termini diversi da differenti persone, Questo permette all’azione simbolica non solo di toccare più pubblici e target, ma consente anche di costruire una solidarietà politica e una condivisione, anche in assenza di consenso specifico alla persona che realizza tale azione simbolica. In altri termini, consente anche a chi la pensa diversamente da presidente o sindaco e anche a chi non l’ha votato, di apprezzarne l’intervento;
l’ambiguità: il simbolo non ha mai un significato unico e preciso e ciò limita l’impegno di adesione da un lato, ma alimenta anche la forza di condivisione dall’altro. Il simbolo scalda i cuori, di chi lo condivide e di chi si oppone, ma così facendo alimenta un circuito di relazione con l’emittente (il presidente, in questo caso), facilitando i processi di identificazione empatica con lui e con il suo operato. I riti e le azioni simboliche, come ricorda Durkheim riescono a costruire la solidarietà, indipendentemente dal fatto che ci sia un comune modo di pensare. La solidarietà si produce, aggiunge il padre della sociologia moderna, tra la gente che agisce insieme, non tra la gente che pensa insieme.

L’azione simbolica è centrale per far politica nel XXI secolo e nell’epoca post materialista, perché rispondono alla domanda: come si fa a far cambiare opinione politica a una persona? Come si fa a consolidare il proprio elettorato e a stimolarlo?

Secondo la tesi dominante nella politica italiana sono le argomentazioni, la logica dei fatti, a far mutare le opinioni e a scaldare il proprio elettorato.
In realtà non è proprio così. Le argomentazioni sono importanti, ma non risolutive. Esse devono essere accompagnate e supportate da altro.
Qualche secolo fa, in Cina, Chuang Tzu scriveva: “supponi che io stia discutendo con te e che tu abbia la meglio nella discussione; il fatto che io non sia in grado di controbattere significa forse che tu hai veramente ragione ed io veramente torto? Oppure, se io ho la meglio su di te, il fatto che tu non riesca a confutarmi significa davvero che io ho ragione e tu hai torto?”

I filosofi confuciani avevano già sottolineato l’importanza dell’azione simbolica per un’efficace azione di governo. Essi evidenziavano che il comportamento della gente (e questo in una società mediale come quella contemporanea è accentuato alla massima potenza) non è semplicemente il prodotto della valutazione consapevole di una serie di scelte e piuttosto prende forma attraverso rituali cui la gente partecipa.

Il simbolismo politico, l’azione simbolica, non ha effetti solo sull’aspetto cognitivo, ma anche sulla definizione della realtà politica, sul suo impatto emotivo.
Il simbolismo dell’azione politica, svolge un ruolo centrale nell’azione di governo perché aiuta a
1.    creare legittimità politica
2.    sviluppare la solidarietà politica
3.    modellare la comprensione dell’universo politico
4.    disinnescare o suscitare il conflitto politico
5.    sviluppare il consenso
6.    dare senso e partecipazione a un progetto politico
7.    dare senso di comunità a un gruppo, più o meno ampio di persone e cittadini.



Costruire un sistema di comunicazione aperto

lI problema del mix comunicativo va inteso non solo secondo l’accezione dell’utilizzo di forme multicanale di veicolazione dei messaggi (radio, giornali, televisione e internet), ma anche come attenzione alla cultura del senso contenutistico.

Si tratta di prestare attenzione a tre livelli del processo comunicativo:  

gestione del senso:
•    la capacità di accompagnare e stimolare l’evoluzione dei temi guida rispetto alla realtà locale
•    l’attenzione a intervenire con supporti comunicativi distinti, secondo i target di riferimento e i temi
•    la capacità di essere sulla notizia, senza mai debordare nel presenzialismo

invenzione del senso:
•    la definizione, in ogni comunicazione, dei concetti tema su cui focalizzare l’attenzione
•    la ricerca di topic comunicativi su cui ancorare i ragionamenti e le posizioni più complesse
•    la disarticolazione dei messaggi, puntando tendenzialmente a veicolare un tema per volta

continuità di senso:
•    la replica dei topic, per dare il senso della continuità di pensiero e azione
•    la definizione di punti sintesi o quadro per riassumere le posizioni e gli atti di governo
 


Un modus comunicandi per l’amministrazione pubblica

La riflessione sulla comunicazione pubblica, anche quella più avanzata, parte da un assunto di fondo ormai inadeguato: la necessità di adattare la cultura della comunicazione alla specificità della pubblica amministrazione.

La comunicazione pubblica, intesa come processo messo in atto dai soggetti del governo dei territori, deve produrre una propria e autonoma forma, un modello e un sistema proprio di comunicazione, con tanto di paradigmi, regole e peculiarità.

Non si tratta, quindi, di mutare i singoli processi, ma di elaborare un sistema autonomo di relazione con il complesso della società. Un  processo multipolare, capace di parlare e interagire con una pluralità di audience.

Tutta la vita delle società contemporanee si presenta, come ci ricorda Guy Debord, come un’immensa accumulazione di spettacoli. La realtà in cui viviamo dominata dai media, si presenta come un’interrotta catena di spettacoli, che non solo penetrano le strutture del quotidiano, ma le conformano, creando bisogni, aspettative, identità e valori.

La necessità di partecipare a questa unbroken continuity, impone la capacità di adeguare i processi espressivi, valorizzando i fattori che tendono al rafforzamento, alla personalizzazione e al riconoscimento.

Il tema centrale di tale processo è quello di dare forma a qualunque atto comunicativo, di “mettere in scena”, cercando di peculiarizzare sistematicamente il percorso comunicativo, caricandolo di valenze che sfondano l’ordinario, rendendo visibile il complesso delle trasformazioni in atto, la loro logica intrinseca e il disegno completo.

L’agire comunicativo amministrativo opera, inoltre, in una realtà mediale che, costantemente, tende a passare dall’ordinarietà alla straordinarietà, con la dichiarata volontà di creare atti comunicativi che tendono a produrre una interruzione della routine, a spezzare l’ordinario flusso dell’agire amministrativo, con atti mediali peculiari e emergenti.

Come ricorda Edelman, le interpretazioni che le news offrono al pubblico ricostruiscono mondi sociali, storie ed escatologie. Evocano motivi di preoccupazione e speranza, suggeriscono assunti per decidere che cosa notare e che cosa ignorare.

L’info-fluxus quotidiano, poi, è un susseguirsi ininterrotto di notizie che si soppiantano a vicenda, di resoconti che invalidano altri eventi, di atti che si succedono senza soffermarsi.

Non a caso i vari gruppi di interesse, tendono a modellare o a influire sui contenuti e le forme delle notizie, poiché creare un mondo dominato da un gruppo specifico di problemi, significa creare nello stesso tempo consenso nei confronti di determinati corsi di azione.

L’agire comunicativo di un ente pubblico, che come detto opera all’interno di questa ininterrotta continuità di spettacolo, deve tentare, in quanto processo volto ad arricchire il diritto di cittadinanza dei cittadini,   di identificare e costruire un reale percorso autonomo di costruzione dell’identità civica locale.

La Regione, Provincia o Comune deve agire, quindi, come vero attore-produttore comunicativo, deve scegliere i fattori connotanti la propria identità, la propria corporate identity, e definire i contorni del proprio agire all’interno del gorgo mediatico quotidiano.

Come tale la comunicazione di un ente pubblico non è una semplice e mera strategia volta ad acquisire il consenso o a limitare il dissenso, e neppure a veicolare solo notizie sui propri servizi o a intavolare un dialogo a due vie con i cittadini.

Essa diviene cronaca diretta, presentazione di procedimenti, idee, scelte, proposte, attraverso processi di “spettacolarizzazione” delle proprie azioni, che hanno come obiettivo quello di forare l’info-fluxus quotidiano, per interagire con l’opinione pubblica. Per creare un circuito emotivo positivo intorno al processo di trasformazione della città, attraverso una costante messa in forma di scelte e decisioni.




Coltivare i settori, parlare diversi linguaggi  


Il prcesso di potenziamento del sistema comunicativo di un ente pubblico dovrebbe considerare diversi approcci.

Tutti i cittadini. Puntare a costruire un sistema di comunicazione diretta con tutti i cittadini, attivando un registro comunicativo in grado di arrivare alla complessità della società locale.
 
I giovani. Settore complesso e difficile da incanalare in iniziative istituzionali. Appare utile un approccio micro e partecipativo. Un percorso per definire le iniziative da costruire. Un iter territoriale, per localizzare azioni e interventi. Un’indagine e una pubblicazione sui valori e sul racconto di che cosa sono, cosa sognano, dove vogliono andare i giovani.  

Gli stakeholder. Settore che comprende personalità, del mondo della cultura, dello spettacolo, dei media e opinion leader,  in grado di orientare e incidere sull’opinione pubblica. Potrebbe essere di un certo interesse creare un forum permanente per discutere e scegliere alcune traiettorie per la realtà locale. Temi alti, come multiculturalità, socialità, impegno, nuove tecnologie, innovazione, crescita civica, sviluppo ambientale, qualità servizi ecc.

Imprenditori. Area disomogenea abituata a una relazione di potere con l’ente pubblico. Occorre definire un sistema di comunicazione con strumenti dedicati alle imprese. In questo ambito va  ridefinito e precisato il ruolo delle Camere di Commercio.

Donne. Segmento fondamentale per la società. Occorre riannodare un dialogo di genere, puntando alla attivizzazione e a definire un nuovo ruolo all’interno del contesto territoriale.

Territori. Personalizzare la comunicazione, mirandola sempre di più alle singole aree, parlando direttamente con loro.
 

Identificare il carattere comunicativo dell’ente pubblico

“C’è qualcosa più importante della logica, è l’immaginazione”,
diceva  Alfred Hitchcock

Carattere comunicativo vuol dire saper stimolare intorno a sé, con semplicità e capacità espressiva, l’aureola di rispetto e non solo saper interpretare ruoli differenti. Per un politico e un amministratore vale la stessa distinzione che André Malreaux tracciava tra Marlène Dietrich e Sarah Bernardt. La seconda, per lo scrittore francese, sapeva interpretare un gran numero di ruoli differenti; la prima, invece, sapeva far nascere intorno a sé un gran numero di sceneggiature convergenti.  

Il percorso politico è simile: occorre valorizzare la personalità comunicativa (non quella soggettiva ovviamente) del Presidente, in modo da far convergere le diverse sceneggiature e farlo diventare il rappresentare di tanti pubblici e tante audience.

Scegliere da che parte stare. In politica, dal punto di vista comunicativo, non si può essere progressisti e tradizionalisti allo stesso tempo.

Bisogna scegliere il proprio registro comunicativo, il proprio linguaggio, le proprie parole. Come tale, è sconsigliabile confondere e mischiare gli stili, è meglio scegliere, individuare un proprio lessico, studiarlo e applicarlo costantemente.

Occorre, pertanto, evitare le zone grigie della comunicazione: politichese; eccessi argomentativi; desloganizzazione; cercare sempre di dire tutto; usare frasi lunghe e “prenderla alla lontana”. Occorre, inoltre,  puntare sui punti di forza del carattere del presidente o sindaco: personalità, carisma, serietà, impegno, gran lavoro, chiarezza di idee, competenza.
 


Alimentare il carattere comunicativo: elementarità, simbolicità, distitività

Tre possono essere i cardini di un possibile carattere comunicativo del presidente o sindaco o dell’ente, in modo da far convergere le diverse sceneggiature e far diventare il presidente  rappresentare di tanti pubblici e tante audience:

Elementarità. Ovvero: facile, accessibile. La gente preferisce le cose semplici. Le parole semplici. I concetti semplici. Alle motivazioni primarie, vuole risposte primarie.

Simbolicità. Nella comunicazione politica il vero talento non si fonda solo sul contenuto, ma sulla sua capacità onirica. Arriva prima il potere onirico e solo dopo il senso discorsivo. Come dicono i pubblicitari francesi “il pubblico non compra una merce, ma la sua immagine. Non consuma l’effetto, ma la voglia di un prodotto”.

Distintività. Una condizione importante del discorso comunicativo di un presidente o sindaco e di ente istituzionale è quello di sapersi distinguere dagli altri. Ciò vuol dire:
•    non sembrare in linea.
•    non essere uguale a se stesso.
•    non essere troppo istituzionale.

In caso contrario, senza distintività, non è possibile provocare l’identificazione tra la gente e il presidente, ovvero non può scattare il tratto centrale della leadership istituzionale. Ciò implica puntare su alcune peculiarità nella formazione di un carattere comunicativo della regione, provincia o comune:
1.    forza esortativa;
2.    capacità di prendere posizioni fuori dal coro;
3.    persuasività;
4.    creatività e efficacia penetrativa (un po’ di intraprendenza comunicativa non fa male)
 

Individuare uno stile comunicativo

Tutte le arti contribuiscono all'arte più grande di tutte: quella di vivere”, asseriva Bertolt Brecht.


Per i pubblicitari lo stile comunicativo si condensa (e in qualche modo si esaurisce) con l’immagine coordinata.
Per un ente pubblico e per un politico non è così. O almeno l’immagine coordinata, l’identità di brand non basta.

Il nemico nascosto per ogni istituzione è la stanca, inesorabile, indifferenza del pubblico. Non c’è antidono, se non la creatività. La capacità di differenziare, di affermare e mutare il proprio stile verbale.

Nell’epoca della forma e dello spettacolo solo chi è in grado di padroneggiare l’aspetto formale della comunicazione può sperare di farsi capire. La gente vota sempre meno per le idee e sempre di più per gli uomini. Per quanto possa essere bravo e geniale, un politico, un amministratore, non può permettersi di fare a meno della forma. Ieri gli uomini politici erano, soprattutto, dei pensatori e degli oratori, oggi devono essere anche attori e comunicatori. Devono definire un proprio stile comunicativo.

Per delineare un proprio stile comunicativo, non è sufficiente analizzare e prendere in considerazione le caratteristiche del singolo soggetto, ma occorre ricordare che si opera in un mondo mediale dove il livello di inquinamento dell’informazione è molto alto. Per questo, occorre trovare sempre e comunque, uno stile in grado di spingere in avanti l’immagine, di far emergere all’interno di una realtà satura di parole e di tentativi di emersione.

La sfida, non è la visibilità. La soluzione, in un quadro del genere, non è farsi notare ad ogni costo, ma essere pazienti. Procedere per sommatorie di scelte, senza cercare l’enfasi del breve periodo. In un quadro mediale ingolfato non vince chi accelera di più, ma va avanti chi riesce ad avere un passo lungo, a procedere passo dopo passo, accreditandosi come persona seria, onesta, competente, ma anche innovativa e distinta dagli altri, in grado di far sognare e non solo di essere un bravo amministratore.



Puntare a uno stile Naturale, Armonico  e Agognato

Affermare uno stile. Occorre mantenere fisse alcune peculiarità del proprio carattere comunicativo e tendere a esprimere pienamente se stessi.

Le linee guida di un possibile stile comunicativo potrebbero essere:

Naturale. Costruire lo stile comunicativo della regione, provincia o comune, su come è i suo leader. Fare di presidente o sindaco il testimonial della realtà locale, e non solo dell’ente.


Armonico. Occorre stimolare e valorizzare  la capacità di proiezione, di sviluppare  percorsi e pensieri lunghi, di intelaiare l’azione politica amministrativa su oniricità e creazione simbolica.
È necessario agire di più sulla determinazione, sul quadro espositivo per titolazioni.
È utile limitare l’espressività partigiana, per cogliere sempre le aspirazioni globali e di tendenza nella società e non solo del proprio segmento elettorale.
Uno stile armonico deve, quindi, solidificare sempre di più due aspetti: proiettività sugli interessi generali; innovazione comunicativa nel linguaggio e nelle parole scelte.

Agognato. Un celebre assioma del marketing dice: “una persona non vuole sapere che cos’è un trapano, vuole fare un buco nel muro”.

I cittadini non vogliono sapere che cosa sono le singole scelte o leggi, vogliono vivere bene e sicuri.
Le formule e i contenuti concettuali devono, pertanto, non essere a se stanti, autodefinenti, ma introdotte e guidate dal fine atteso dagli interlocutori.
Le scelte vanno raccontate in quanto mezzi e percorsi per giungere all’obiettivo agognato.
Il discorso comunicativo deve essere intriso di questo obiettivo. Se resta una narrazione delle problematiche e delle metodologie per affrontarle, senza contenere e ripetere più volte il fine, l’efficacia dei contenuti si scontra con il non presidio del fine, indebolendo la percezione del valore dei mezzi per il raggiungimento dello fine agognato.


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