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L'orgoglio di una cultura senza scorciatoie Stampa E-mail
Gio 22 Maggio 2008
Ho sempre avuto molta stima per coloro che cantano fuori dal coro, quelli che, nonostante la mancanza di intonazione, si rifiutano di muovere silenziosamente le labbra in sincronia con il resto del gruppo e, anzi, fieri del loro impegno alzano il tono della voce esponendosi inesorabilmente alle critiche del gruppo e al severo giudizio di chi dirige il coro. Questa spicciola metafora d’introduzione sintetizza esattamente il modo con il quale, a parer mio, ciascuno di noi dovrebbe porsi nel momento di operare delle scelte, sia che queste interessino le piccole cose di tutti i giorni, sia che, invece, si riferiscano ad importanti decisioni: la dignità dell’essere coerente ed orgoglioso delle proprie decisioni, anche quando queste si rivelano impopolari o conducono verso percorsi più impervi di quelli che potrebbero scaturire da scelte di maggior comodo. E’ ben noto che il non cedere ai compromessi ed utilizzare l’orgoglio come metro di valutazione conduca sovente ad ulteriori aggravi di ciò che nella vita è già per propria natura difficoltoso ma, nonostante questo dazio aggiuntivo, credo fermamente che sia indice di grande cultura, intesa quest’ultima nell’accezione più ampia del termine, amministrare in questo modo le proprie scelte di vita. Seppure alquanto appena detto possa apparire a molti alquanto naturale, esso non lo è affatto, almeno in questi ultimi anni dove esistono infinite scorciatoie per raggiungere e conquistare quello che un tempo era possibile ottenere solo in seguito ad un unico percorso faticosissimo ma, infine, appagante. Adoperando un’ulteriore metafora, l’odierna situazione è simile alla contrapposizione esistente tra un maratoneta che giunge al traguardo dopo aver superato un gran numero di sentieri, sia comodi sia impervi, e un altro che, invece, si fa accompagnare in auto a qualche metro dal traguardo stesso: il primo giunge stanco ma appagato, a prescindere dalla posizione di arrivo, il secondo giunge per primo, perfettamente riposato, ostentando verso coloro che si sono attenuti alle regole la sua vittoria immeritata. Il semplice esempio mostra chiaramente l’incredibile paradosso di questo genere di situazione, lasciando intuire sia quanto sia immeritato un traguardo raggiunto in questo modo “scorretto”, sia la grande frustrazione provata da chi, invece, ha operato correttamente secondo le regole. La premessa appena fatta serviva ad agganciarmi al concetto odierno di “cultura”, intesa nel senso più ampio del termine e frutto (obbligatorio) di sacrifici ed impegno individuale. Proprio la peculiarità propria dello studio che, inequivocabilmente, richiede a chi lo pratica grandi impegni, ha da sempre indirizzato tutti coloro che per questo non fossero “tagliati” verso altre strade, non necessariamente più comode ma, comunque, diverse e, quindi, fino a non molto tempo addietro esisteva una netta distinzione tra coloro che nella vita sceglievano la strada dello studio e quelli che, invece, la rifuggivano. Lontano da ogni retorica di parte, è mia opinione che ognuno abbia pieno diritto di orientare la propria esistenza in un modo o nell’altro, senza per questo dover essere criticato: alla showgirl che decide di trascorrere la propria esistenza in succinti costumi di scena, transitando da una passerella ad un’altra, deve esserle tributata la stessa dignità dello scienziato che passa la propria vita nello studio e nella ricerca. Risulta evidente, comunque, che pur rifuggendo ogni retorica ed attribuendo pari dignità ad ambedue le scelte, non esistono sostanziali elementi di connubio tra questi due modi di interpretare la vita diametralmente opposti. Questa mia ultima considerazione nasce dal fatto che oggi, sempre più frequentemente, ci si imbatte in binomi alquanto strani che emergono, ad esempio, durante alcune interviste di personaggi facenti parte del mondo dello spettacolo, dello sport, ecc. Questi, quasi fosse loro imposto dall’etichetta, si apprestano a dichiarare il loro irrinunciabile interesse a proseguire gli studi canonici o, addirittura, annunciare di aver da poco conseguito questa o quella laurea. Anche in questo caso quanto appena detto deve essere saggiato con il senno dei giorni nostri, infatti, qualche anno addietro dichiarazioni del genere avrebbero portato inequivocabilmente ad immaginare il grande sforzo compiuto da questi individui che, pur vivendo un susseguirsi di impegni mondani, erano riusciti a trovare tempo e volontà per preparare decine di esami universitari ed, infine, conseguire una laurea che, se così fosse, è certamente ben meritata. Ho giusto precisato “qualche anno addietro” perché, con il senno odierno (fatte salve le dovute e purtroppo sporadiche eccezioni) le cose non funzionano in questo modo lineare e dietro alla dichiarazione di aver conseguito questo o quel titolo di studio non si nasconde alcun sacrificio personale bensì soltanto l’aver fruito di una delle tante scorciatoie che consentono di ottenere l’agognato “titolo di studio”. In questi casi l’impegno profuso è di carattere meramente economico e la valenza assunta dal titolo appena acquisito non va oltre il valore della carta sulla quale esso è stampato. Il fenomeno non è comunque da sottovalutare , in quanto, i neolaureati attraverso questo percorso acquistano lo status di qualunque altro laureato con ripercussioni per la comunità anche molto serie che vanno al di là del semplice titolo: uno degli esempi più tangibili è la possibilità di carriera (immeritata) all’interno delle aziende, pubbliche o private, dove già lavorano, oppure, la possibilità di partecipare a concorsi che prima risultavano inaccessibili. A prescindere i risvolti pratici, qualcuno dovrebbe prendersi la briga di informare questi individui che che il valore di un titolo di studio va ben oltre al titolo stesso, esso è il risultato ultimo di un percorso di crescita durato anni, anni durante i quali, prescindere dal tipo di indirizzo, ci si trova a confrontarsi con il pensiero di coloro che hanno forgiato la storia dell’umanità e questo, volenti o dolenti, conduce lentamente ma inesorabilmente ad una marcata trasformazione del modo di pensare e di vivere di colui che ci si avvicina. Ho avuto esperienza diretta di persone partite per l’estero con il bagaglio culturale tipico di una “soubrette” (nell’accezione peggiore del termine) che tornate in patria dopo poco tempo, sfoggiavano un’altisonante laurea o ancor peggio di altri che, usufruendo di questa o quella convenzione con alcuni atenei italiani, si sono rapidamente trasformati in “dottori” nel giro di pochi mesi. L’unico cambiamento che ho avvertito in loro, nulla aveva a che vedere con il pensiero dei grandi del passato a cui ho fatto accenno in precedenza, grandi bistrattati da un sistema di cultura “prêt-à-porter” che non fa certamente onore alla nostra nazione; le uniche differenze tangibili riconducevano all’immediato utilizzo del neotitolo di “dottore” sui biglietti da visita ed a una ridicola aria di presunta superiorità di sordiana memoria che li caratterizzava adesso nei rapporti con gli altri. Questo stato di cose perdura ormai da molti anni, suscitando l’indignazione di tantissime persone che si sono state improvvisamente (ed immeritatamente) scavalcate da un esercito di individui, in forza di una qualche convenzione stipulata da tante università italiane con alcune categorie di lavoratori come, ad esempio, infermieri, giornalisti, ragionieri, dipendenti pubblici, poliziotti, militari, finanzieri, ecc. Questo inqualificabile stato di cose si è ridotto d’entità solo recentemente e non grazie ad un improvviso senno dei legislatori che per anni sono rimasti sordi a questa palese ingiustizia, ma soltanto grazie alle ripercussione di un servizio denuncia trasmesso in televisione, servizio che finalmente poneva sotto gli occhi di tutti il vergognoso problema delle lauree pressoché regalate. In seguito ad esso chi di dovere si è affrettato a regolamentare in modo più restrittivo le leggi fino ad allora estensivamente (eufemisticamente) interpretate, con consistenti ma, a mio parere, non soddisfacenti risultati: mentre prima era possibile “regalare” o quasi una laurea, in seguito alla riforma è possibile “soltanto” regalare qualche anno di studio (decine e decine di esami universitari) sulla base di competenze pregresse che i convenzionati dovrebbero aver acquisito durante la loro vita lavorativa, competenze che perfino in seguito ad una valutazione superficiale del testo della convenzione e del programma di studi universitari riconosciuti, appaiono inequivocabilmente inesistenti; parafrasando, è come riconoscere una quasi laurea in ingegneria aeronautica a coloro che per lavoro sono stati costretti a viaggiare spesso in aereo. Dato che il vaso è già colmo oltremisura, ometto di citare le altrettanto vergognose lauree “honoris causa” recentemente donate a larga mano al cantante o allo sportivo di turno e concludo questa sorta di sfogo con l’augurio che l’odierno e paradossale binomio tra ignoranza e cultura, conduca noi tutti ad una profonda riflessione.

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Ultimo aggiornamento ( Lun 21 Luglio 2008 )
 
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