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LA RIVISTA BIMESTRALE / Per discutere e approfondire i temi della politica contemporanea
Comunicazione e Governo. Quando comunicare è anche governare Stampa E-mail
Scritto da Mario Rodriguez
Mar 31 Ottobre 2006
 
I problemi di comunicazione sono sempre solo la punta di un iceberg. Sono il modo in cui appaiono i problemi sottostanti: di processo, di prodotto, di mercato. In politica, di proposta, di capacità di intervento, di capacità di relazionarsi alla società.
La capacità di comunicare è una delle caratteristiche fondamentali dei leader politici e non solo degli uomini di spettacolo!
È la società dell’informazione, bellezza! Ma potremmo dire soltanto: è la politica!
Fare politica, per una parte notevolissima, quindi significa comunicare, cioè fare i conti con le percezioni, perché i significati sono costruiti da coloro che ricevono i messaggi e non da chi li emette. Per essere efficaci nel comunicare e nel fare politica si deve partire da qui, dalla centralità di chi riceve, non di chi emette il messaggio. E poi accettare alcune regole, alcune acquisizioni dell’esperienza.
Una di queste l’ha ricordata molto bene Guido Moltedo su Europa, qualche giorno fa: la comunicazione efficace si dipana attraverso narrazioni.
Certo questo è un effetto ingigantito dalla logica dei media e, specificamente, dall’influenza della tv sul linguaggio e sulle nostre rappresentazioni mentali. Ma sempre abbiamo avuto bisogno di narrazioni. E che cosa altro sono state la speranza cristiana o il sol dell’avvenire?
Silvio Sircana nell’intervista a Lucia Annunziata ha fatto capire di conoscere e condividere questa impostazione ma allora cosa impedisce che queste conoscenze condivise divengano comportamenti?
L’attività di governo, ogni attività socialmente significativa (ma questo vale addirittura a livello individuale per le piccole strategie che mettiamo in campo per la nostra vita quotidiana), deve essere considerata, sin dal momento del suo concepimento, dal punto di vista degli effetti comunicativi.
Non si tratta di fare solo le cose che vuole la maggioranza delle persone, ma si tratta di riformulare i propri obiettivi mettendo al centro il destinatario della comunicazione, il cittadino, l’elettore, il consumatore. Da tempo in molti proponiamo questo cambiamento di prospettiva e mi pare che, con grande autorevolezza, lo abbia fatto anche il professor Vassallo al seminario di Orvieto.
Per essere efficaci è necessario inserire la propria proposta in una visione della realtà che corrisponda a quella delle persone alle quali ci si rivolge. Bisogna allora partire dal comprendere la visione che hanno queste persone. Non si può darla per scontata, con arrogante sufficienza o con distratta insensibilità.
Si parla per gli occhi, non solo per le orecchie. Un discorso efficace si sviluppa per immagini, racconta una storia nella quale chi ascolta trova il suo ruolo. Una storia come quella dell’Euro nel ’96. Dico storie in senso positivo, pensando alle favole che ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, pensando a mio padre, seduto sul bordo del mio letto, che leggeva a mio fratello e a me il Cucciolo!
Creare immagini mentali è una questione di valori morali, di sistemi di idee e solo in secondo momento di linguaggio, di frasi creative che raccontano quelle idee.
Bisogna riconcettualizzare la realtà come appunto suggerisce il linguista americano Lakoff. Cioè prendere degli obiettivi politici che oggi vengono inseriti in un certo contesto e ricostituirne un altro capace di evocare idee completamente differenti, con implicazioni altrettanto radicalmente differenti.
Caro Sircana, a quale Italia sta parlando Prodi? Ad un’Italia di figli ingrati che “non capiscono” per errori di comunicazione?
Conosciamo tanti genitori che in conflitto coi figli pensano di avere solo problemi di incomprensione (si diceva un tempo) o di comunicazione (si dice oggi). Ma la percezione del figlio è diversa, ha vissuto un’esperienza negativa e questa condizionerà tutta la sua vita. I buoi sono scappati. Troppo tardi ci si interroga su cosa non si è capito, su quali segnali arrivavano ma non si comprendevano perché troppo concentrati sul “proprio” lavoro, perchè non si aveva tempo, perchè c’erano cose più importanti da fare. Più importanti del comprendere come si è percepiti.
Non hanno capito. Ingrati.
Dopo tre anni di governo Berlusconi, fu strabiliante sentirgli dire che aveva la stampa contro e che gli italiani non avevano capito il valore delle sue riforme. Dopo cinque mesi del governo Prodi stupisce e amareggia sentirgli dire che ha la stampa contro e che non è stato capito il valore della sua legge finanziaria!
Ascolti Presidente, nelle prossime settimane è necessario non solo che lei cambi passo ma che lo faccia in una maniera tale che sia evidente all’opinione pubblica, a quelli che percepiscono la realtà in modo diverso dal suo. Non si tratta di maquillage, lei non ha bisogno di capelli o di lifting, è in forma invidiabile. Si tratta di assumere comportamenti che facciano vivere un’esperienza nuova: l’esperienza di un governo che racconta alla società italiana una bella storia, caso mai difficile, avventurosa ma affascinante, di cui valga la pena sentirsi parte.

 

 

articolo apparso anche sul Riformista il 31.10.2006 


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