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La costante e puntuale attenzione degli organi di informazione nazionale verso le parole del Papa e, ancor più in generale, verso le posizioni espresse dalla Chiesa, delinea nel nostro paese un anacronistico scenario più consono ad un borgo medioevale che ad una moderna nazione democratica.
Altisonanti moniti ed ovvi luoghi comuni vengono quasi quotidianamente sciorinati dal Papa attraverso gli organi di informazione con un’enfasi degna di un grande filosofo d’altri tempi, enfasi resa ancor più efficace dalla cornice offerta dai mass media. Per quanto nulla si possa obiettare in merito ad alcune prese di posizione generiche (e scontate) come, ad esempio, quelle contro le guerre o la fame nel mondo, le cose cambiano radicalmente quando si esprimono categoriche opinioni su argomenti che esulano dalla sfera prettamente religiosa e sconfinano in altri campi (etico, politico, scientifico, ecc.), specialmente quando questo viene fatto senza quella umiltà che dovrebbe contraddistinguere i “non addetti ai lavori”. Sembra superfluo sottolinearlo, ma siamo nuovamente innanzi alla secolare e monotona interferenza della Chiesa in faccende che poco o nulla hanno a che vedere con la spiritualità, insomma, il solito vecchio conflitto tra potere spirituale e temporale che si ripropone ai nostri giorni con l’identica intensità di molti secoli addietro e spesso, purtroppo, con i medesimi risultati. Ritengo assolutamente inopportuno che l’indirizzo di una nazione democratica sia regolarmente influenzato, più o meno direttamente, da queste prese di posizione non laiche e per di più unilaterali: un atteggiamento del genere, mirato a perseguire il consenso della Chiesa attraverso la concessione di spazi mediatici (e, purtroppo, non solo quelli), umilia ed indispone coloro che pur condividendo i medesimi valori appartengono ad una differente corrente di pensiero, religiosa o laica che sia. Proprio sui valori, e non sulla categoria che li supporta, si dovrebbe concentrare l’attenzione di uno stato democratico degno di questo aggettivo, uno stato dove ciascuna espressione, individuale o di gruppo, dovrebbe aver diritto ad un suo spazio, senza essere oscurata da alcun monopolio di pensiero. In ogni caso, seppur si dovesse per assurdo favorire qualcuno, sarebbe più saggio dar voce a coloro che operano sotto l’egida di valori coerenti, guidati da leader altrettanto coerenti (Gandhi, Mandela, o il Dalai Lama sono solo alcuni esempi), leader capaci di sacrificare alla loro causa la libertà e, talvolta, perfino la loro stessa vita, piuttosto che prediligere la palese incoerenza di chi vive in uno sfarzo oltraggioso della miseria che dichiara di voler combattere. La vecchia tiritera dell’identità nazionale profondamente legata ai valori della Chiesa, alla quale puntualmente si ricorre in queste occasioni, non costituisce un valido argomento difensivo, poiché, ciò che viene messo in discussione non è soltanto un aspetto meramente formale, un semplice simbolo legato alla nostra tradizione come può essere una bandiera o un inno, bensì un vero è proprio continuo imprimatur all’attività del nostro governo e, quindi, direttamente, al modo di vivere di ciascun cittadino. Il doppio peso e la doppia misura sospettati in tante occasioni come, ad esempio, il recente dibattito scatenato dagli interventi di alcuni personaggi dello spettacolo, tacciati di aver dato luogo ad una “satira inopportuna e volgare” solo perché in essa si erano apertamente schierati contro alcune prese di posizione del Papa (peraltro con modalità e gergo del tutto usuali in ambito satirico), si sono oggi trasformati in una certezza assoluta: quel già flebile dubbio di poca imparzialità si è infatti dissolto negli ultimi giorni di fronte all’eclatante faziosità dimostrata da chi ci governa in occasione della recente vicenda sui tagli alla scuola privata (e quindi anche alle scuole Cattoliche) previsti dall’ultima finanziaria. In questa occasione, in seguito alle proteste del direttore dell’ufficio nazionale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) che minacciava una mobilitazione generale delle scuole cattoliche del paese, il governo ha repentinamente fatto marcia indietro, ripristinando quasi interamente gli importi originari. La triviale parzialità nella vicenda fornisce perfettamente sia la misura della sudditanza del nostro governo verso la Chiesa sia una chiara indicazione dello “stile” che caratterizza la sua espressione politica, uno stile privo della minima coerenza istituzionale, in quanto apertamente in contrasto con i principi di uguaglianza sanciti dalla costituzione e manifestamente insensibile alle richieste di quella parte di popolazione che pur essendo numericamente maggioritaria non è ritenuta utile a supportare politicamente e/o economicamente gli interessi di chi governa. Questa ultima precisazione è supportata oltre ogni ragionevole dubbio dalla grande mobilitazione che delle scorse settimane ha coinvolto studenti, docenti e tantissima altra gente, migliaia di persone scese in piazza per protestare contro i vergognosi tagli e le discutibili innovazioni imposte alla scuola pubblica. Sebbene le problematiche messe in discussione fossero sostanzialmente identiche a quelle delle scuole private (ma ben più importanti vista l’entità numerica degli istituti pubblici), l’enorme mobilitazione, che peraltro continua ancora in queste settimane, non è riuscita neppure a rallentare di qualche giorno l’approvazione definitiva della legge in questione e non è neppure servita ad avviare una qualche forma di dialogo con le istituzioni che non fosse un monologo unilaterale (anzi, in merito alle occupazioni degli istituti, si è perfino giunti alle minacce di sgombero forzato) o un qualche demagogico manifesto mediatico privo di utilità (mi riferisco ad alcuni chiarimenti televisivi sapientemente “orientati”). Nota stonata in un contesto europeo sempre più votato all’apertura e alla modernità di pensiero, questo modo di agire rende la nostra nazione, giorno dopo giorno, sempre più simile ad un borgo medievale, piuttosto che ad un moderno stato democratico, dimostrando un’anacronistica dipendenza dalla Chiesa che offende profondamente i valori laici sui quali dovrebbe essere fondata ogni democrazia, una dipendenza che ha trovato il suo apogeo nell’attuale maggioranza di governo. Anziché operare in modo equo, aprendosi al dialogo e mediando le differenti posizioni, si è scelta l’arroganza delle decisioni senza alternative, imposte ai cittadini e giustificate dall’ormai collaudato ritornello del grande consenso ottenuto alle urne. Lasciando da parte ogni banale considerazione circa l’inadeguatezza di una tesi difensiva esclusivamente basata sui risultati numerici elettorali, che offenderebbe in ugual misura sia l’intelligenza di chi la propone sia quella del suo interlocutore, è opportuno chiedersi se si è davvero certi che chi ha operato quella scelta politica alle ultime elezioni desiderasse davvero far concretizzare uno scenario come quello odierno dove, di fatto, viene concesso a chi governa il diritto di decidere unilateralmente ogni aspetto, anche cruciale, della vita del paese. A prescindere dalla volontà degli elettori, comunque, in una democrazia è necessario difendere i diritti di ogni cittadino, anche di coloro che hanno votato differentemente (molto più numerosi di quelli indicati nelle misere percentuali spesso sbandierate, in quanto, nel totale occorre annoverare anche gli astenuti): uno stato democratico degno di questo nome deve rappresentare l’intero paese e non solo gli aficionados della coalizione politica vincente. L’angosciante dubbio tramandatosi nei secoli per mezzo della famosa frase di Platone “qui custodiet custodes?” assume in questi anni un significato davvero sinistro. Powered by AkoComment 2.0! |