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Quando i si davano i numeri invece di pretenderli Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Damiani
Dom 04 Giugno 2006
ImageUn gioco per passare la domenica sera Image

Che il calcio non sia solo uno sport e che coinvolga interessi di grande rilevanza è sotto gli occhi di tutti, che esso rappresenti e specchi la società in senso più ampio è conseguenza naturale del suo essere non solo uno sport. L'Italia che vince i mondiali del 1982 è chiaramente un paese emergente, in fase di modernizzazione che sta uscendo da un periodo difficile e che ha qualcosa da dire a livello europeo; la Germania che vince in Italia nel 1990 è la grande nazione che si propone come centro del processo di unificazione europea. Per quanto sia evidente che non sia il calcio a determinare le sorti del mondo esistono delle divertenti possibili letture “ermeneutiche” che ci permettono di giocare con il calcio per leggere il mondo.
La prima annotazione che proponiamo è sulla bruttezza estetica della maglie della nazionale italiana, in anni in cui il vintage è di moda e persone di tutto il mondo vestono maglie sportive degli anni Settanta e Ottanta pensare ad una maglia che guardasse a quelle classiche non sarebbe stata una  operazione nostalgia, ma un ottimo esempio di marketing.
Non è nostalgia, ma darsi una possibilità di essere vincenti come modello, ripensare all'eleganza dalle giacca a sottili linee azzurre di Bearzot, rispetto a questi modelli con camicia nera che fanno assomigliare i calciatori ai calciatori del calcio di oggi ... un sistema che non funziona e che non può che parlare del suo fallimento.
Non siamo la Spagna che può permettersi di proporsi come una novità del 2006 (sarà la sorpresa di questo mondiale? Intanto annotiamo che è l'unica a cui l'Adidas ha concesso delle righine gessate inedite sulle divise rosse), abbiamo bisogno di innovare a partire dall'anima smarrita del nostro paese, abbiamo bisogno di lasciar perdere il peggio che sappiamo essere e rivedere la grandiosità dell'unità estetica che c'era tra il paese, le maglie, il gioco e la faccia da carrozziere di un Bruno Conti. In questi giorni che precedono il calcio d'inizio si vedono spesso immagini di repertorio di altri mondiali e quello che è salta agli occhi è come quei calciatori di anni fa sembrano uomini, magari giovani, ma giovani uomini. Persone adulte, come adulti sembrano ancora oggi i francesi, o i brasiliani in cui traspare nelle rughe sulla pelle il passato di miseria che accomuna molti di questi milionari che vediamo allenarsi oggi.
Per vincere, per tornare ad essere un modello da guardare nel mondo, abbiamo bisogno di scelte coraggiose e, allo stesso tempo, di tornare a guardare con maggior orgoglio alla nostra storia.
Un esempio, per continuare questo gioco di specchi con il calcio, potrebbe essere tornare ad assegnare i numeri di maglia secondo ordine alfabetico come sempre avveniva. Prima i difensori, poi i centrocampisti e, infine, gli attaccanti. Tutti sono uguali quando arrivano a questi livelli, conta la squadra e non i singoli, un messaggio chiaro, trasparente e forte. L'eccezione avvenne ai mondiali americani, quelli dell'era Sacchi, dell'allenatore che veniva dal mondo dei club, decidendo di dare a Baggio il 10 e a Baresi l'amato 6, entrambi (ovviamente non per questo dettaglio) sbagliarono il rigore decisivo in finale e si sarebbe potuto finirla li. Invece fu l'inizio di una serie di modifiche sistematiche che hanno portato al sistema di oggi in cui sono i singoli a scegliersi i numeri per rimanere fedeli a quelli da loro più amati e con cui amano identificarsi (e di cui vendono le maglie).
I nostri giocatori nel complesso appaiono come dei ragazzini, come italiani di quelli che troviamo imbarazzati in giro per il mondo, riconoscibili sempre perché vestiti sempre in modo diverso (e non più migliore, la giacca di Beazot è oramai archiviata in un'altra epoca) e “solo” italiano. Siamo un anomalia, un anomalia che esprime ritardo e non è di certo avanguardia di qualcosa di importante.
Non è nostalgia di un mondo che non c'è più, ma la certezza che l'attuale non esprima nessuna qualità, nessuna idea di paese, nessuna voglia di riscatto o di identità.
Non c'è nessun atteggiamento nostalgico nel dire che la Costituzione va difesa e non si può cambiarne articoli importanti per fare contenti alcuni partiti e cercare di reggere sino a fine legislatura per citare il caso che ora viene proposto a referendum e in cui non si può avere esitazione a dire NO.
Dobbiamo lavorare per pensare un paese che assegna lui i numeri di maglia a chi ha l'onore di rappresentarlo. Un paese che in questo sarebbe già profondamente migliore, e quindi più interessante e competitivo, di uno che lascia scegliere ruoli e numeri secondo le logiche mere dei partiti-club.

1 Buffon, 12 Peruzzi, 23 Amelia
2 Barzagli, 3 Cannavaro, 4 Grosso, 5 Materazzi, 6 Nesta, 7 Oddo, 8 Zaccardo, 9 Zambrotta,
10 Barone, 11 Camoranesi, 13 De Rossi, 14 Gattuso, 15 Pirlo, 16 Perrotta
17 Del Piero, 18 Gilardino, 19 Iaquinta, 20 Inzaghi, 21 Toni, 22 Totti

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